Il 9 settembre 1976 moriva a Pechino Mao Zedong. Cinquant’anni dopo, la Cina sembra appartenere a un altro mondo.
Non è più il paese rurale, povero, chiuso e mobilitato dalle grandi campagne ideologiche del maoismo. È una potenza economica, industriale, tecnologica e diplomatica; un attore centrale negli equilibri del XXI secolo; un paese attraversato da città sterminate, infrastrutture colossali, piattaforme digitali, università, porti, industrie, reti commerciali, ambizioni planetarie. Eppure qualcosa resta.
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Non la Cina di Mao, certo. Non il maoismo nella sua forma originaria, non la rivoluzione permanente, non l’utopia egualitaria spinta fino alla lacerazione sociale. Ma resta il Partito. Resta l’idea che la storia sia una materia da guidare. Resta il rapporto profondo fra potere, linguaggio, strategia, memoria e legittimazione. Resta, soprattutto, la necessità di comprendere la Cina contemporanea non come un semplice “miracolo economico”, ma come il risultato di un lungo Novecento politico e intellettuale.
Per questo, a cinquant’anni dalla morte di Mao, la domanda più interessante non è soltanto: che cosa è cambiato? La domanda più difficile è: che cosa è rimasto?
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Prima di Mao: la primavera di Li Dazhao
Per comprendere Mao, bisogna guardare anche prima di Mao. Prima del Grande Timoniere vi è una Cina in frantumi: l’impero crollato, la repubblica fragile, i signori della guerra, l’umiliazione straniera, la crisi della cultura classica, l’urgenza di trovare una nuova lingua politica.
È in questo paesaggio inquieto che si colloca Li Dazhao, una delle figure fondatrici della Cina del Novecento. Intellettuale, bibliotecario della Peking University, protagonista del Movimento Nuova Cultura e del Quattro Maggio, Li fu tra i primi a leggere il marxismo come risposta alla crisi della Cina moderna.
Nel volume Primavera e altri scritti, pubblicato da Luni Editrice con traduzione dal cinese e cura di Claudia Pozzana, la parola “primavera” non è soltanto immagine naturale. È una metafora storica. Indica la giovinezza di un mondo che vuole nascere, il desiderio di spezzare immobilismi millenari, la speranza che una civiltà ferita possa trasformare la propria sofferenza in energia creativa.
Li Dazhao non appartiene ancora al Mao trionfante. Appartiene alla fase in cui la Cina cerca una via. Nei suoi saggi filosofia, politica e meditazione morale si intrecciano: tradizione confuciana, democrazia moderna, socialismo, individuo e collettività non sono categorie astratte, ma strumenti per pensare una rinascita.
Mao verrà dopo. Ma senza questa primavera inquieta, senza questa generazione che vide nella cultura una forza rivoluzionaria, la Cina maoista non sarebbe comprensibile.
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Mao: il potere che scrive poesie
Mao è stato molte cose: rivoluzionario, capo politico, stratega, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, simbolo planetario del comunismo asiatico. Ma Mao fu anche poeta.
Questo dato, per un lettore occidentale, può sembrare laterale. Non lo è. Nella civiltà cinese, la poesia non è mai stata soltanto ornamento. Per secoli la cultura letteraria ha accompagnato l’idea stessa di governo: il funzionario, il letterato, il saggio, l’uomo di Stato erano chiamati a conoscere la forma, il ritmo, la tradizione, il peso esatto delle parole.
In Poesie, pubblicato da Luni Editrice nella traduzione di Isabella Doniselli Eramo con introduzione di Oliviero Diliberto, Mao appare da una prospettiva diversa. Non più soltanto come icona politica, ma come uomo che affida ai versi una parte della propria autorappresentazione.
Le sue poesie attraversano paesaggi, montagne, fiumi, neve, marce, vittorie, ricordi, visioni della storia. Ma dietro l’immagine naturale si avverte quasi sempre una tensione politica. La natura diventa scenario della volontà. Il paesaggio diventa teatro della Storia. Il gesto poetico non è mai del tutto separato dal gesto del potere.
Qui sta l’interesse del volume. Non nel trasformare Mao in un poeta da contemplare ingenuamente, né nel separare la sua scrittura dalle responsabilità storiche del suo governo. Al contrario: leggere le poesie di Mao significa entrare in una zona ambigua e affascinante, là dove la parola lirica incontra la costruzione del mito politico.
Il poeta e il capo non sono due figure opposte. In Mao, spesso, si specchiano. E proprio questo rende i suoi versi importanti per chi voglia capire non solo un uomo, ma un’intera idea cinese del rapporto fra forma, autorità e storia.
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Dopo Mao: una Cina irriconoscibile
Dopo la morte di Mao, la Cina entra in una nuova epoca. A partire dalla fine degli anni Settanta, con la stagione della riforma e apertura, il centro del discorso politico si sposta progressivamente dalla rivoluzione alla crescita, dall’egualitarismo radicale allo sviluppo, dalla mobilitazione ideologica alla modernizzazione economica. Il cambiamento è immenso.
La Cina che nel 1976 usciva dalle convulsioni del maoismo era ancora segnata da povertà, isolamento, tensioni politiche, arretratezza produttiva. La Cina che vediamo oggi è invece una delle maggiori economie del pianeta, protagonista del commercio globale, potenza manifatturiera e tecnologica, interlocutore inevitabile in ogni questione internazionale.
Eppure sarebbe un errore pensare che questo passaggio abbia semplicemente cancellato Mao. La Cina post-maoista non ha rotto con il proprio passato nel modo in cui spesso l’Occidente immagina le rotture storiche. Ha trasformato, selezionato, reinterpretato, incorporato.
Mao non governa più la Cina. Ma Mao resta nel pantheon del Partito. Resta nel linguaggio politico. Resta come fondatore. Resta come memoria difficile, insieme glorificata, disciplinata, contenuta. La Cina di oggi non è la Cina di Mao, ma continua a pensarsi dentro una genealogia in cui Mao occupa un posto inevitabile.
È qui che il discorso diventa più sottile. La Cina contemporanea non è maoista sul piano economico, ma non è nemmeno post-politica. Il Partito Comunista Cinese rimane l’asse dell’intero sistema. La promessa non è più quella della rivoluzione permanente, bensì quella della stabilità, della prosperità, della potenza nazionale, del “ringiovanimento” della Cina.
In altre parole: è cambiato il lessico della missione, ma non è scomparsa l’idea che la storia debba essere guidata.
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Gli scacchi di Mao: pensare la strategia cinese
Per comprendere questo rapporto fra tempo, potere e movimento, è utile passare dalla poesia alla strategia.
In Gli scacchi di Mao, pubblicato da Luni Editrice nella collana Sol levante, Scott A. Boorman propone una lettura affascinante: il wei-ch’i, più noto in Occidente con il nome giapponese di go, può offrire un modello concettuale per comprendere l’azione politico-militare del Partito Comunista cinese durante l’epoca di Mao.
Il punto non è ridurre la storia a un gioco. È piuttosto riconoscere che ogni civiltà elabora anche attraverso i giochi, i classici, i miti e le forme simboliche un proprio modo di pensare il conflitto.
Nel go non conta soltanto conquistare il centro. Conta circondare, occupare spazi, creare influenza, sacrificare una posizione per ottenerne un’altra, attendere che una configurazione maturi. Vittoria e sconfitta non sono sempre immediate; il vantaggio può apparire lontano, periferico, quasi invisibile.
Questo modo di pensare risuona profondamente con una certa tradizione strategica cinese: non soltanto urto frontale, ma pazienza; non soltanto battaglia, ma configurazione; non soltanto forza, ma tempo.
A cinquant’anni dalla morte di Mao, Gli scacchi di Mao permette di vedere il Grande Timoniere non solo come ideologo o capo rivoluzionario, ma come stratega di lungo periodo. E permette anche di domandarsi quanto, nella Cina contemporanea, sopravviva una cultura politica fondata sulla durata, sulla posizione, sulla capacità di trasformare lentamente il terreno.
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Letteratura, potere, memoria
C’è un altro elemento che non va dimenticato: in Cina la letteratura non è mai del tutto innocente rispetto al potere. I classici possono diventare strumenti morali, modelli di governo, oggetti di venerazione, ma anche bersagli di critica, rilettura, sospetto.
Basti pensare a Lu Xun, che Luni Editrice ha pubblicato in Diario di un pazzo e in altri volumi. Lu Xun fu la voce aspra della Cina moderna, il padre della lingua letteraria nuova, lo scrittore che trasformò la malattia di un’intera civiltà in immagini memorabili. I suoi personaggi vivono sospesi fra il vecchio mondo e il nuovo, fra superstizione e risveglio, fra desiderio di liberazione e impossibilità di recidere del tutto il legame con la tradizione.
Oppure si può pensare a In riva all’acqua, uno dei grandi romanzi classici cinesi, popolato da briganti, ribelli, fuorilegge, figure marginali e carismatiche. Un’opera amatissima e insieme scomoda, perché ogni racconto di ribellione pone una domanda al potere: quando il disordine è crimine, e quando invece è risposta all’ingiustizia?
Non si tratta naturalmente di stabilire un legame diretto tra Mao e un romanzo nato molti secoli prima, in tutt’altro contesto storico. Ma nella Cina moderna i classici non sono mai rimasti davvero neutri: sono stati letti, riletti, criticati, usati come strumenti morali e politici. Anche In riva all’acqua, durante l’epoca maoista, fu oggetto di critica proprio per il modo in cui raccontava la rivolta, la lealtà e il rapporto con il potere centrale.
È anche attraverso questi testi che si capisce la Cina. Non soltanto attraverso statistiche, congressi, riforme economiche o parole d’ordine politiche. La Cina si comprende leggendo il modo in cui ha raccontato la lealtà, la rivolta, il popolo, il letterato, il funzionario, il bandito, il poeta, il sovrano, il maestro, il rivoluzionario.
Mao non nasce fuori da questa tradizione: la eredita, la attraversa, la combatte, la usa e la trasforma.
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Che cosa resta del Grande Timoniere?
Cinquant’anni dopo, la Cina è cambiata al punto da apparire irriconoscibile agli occhi di chi l’avesse lasciata nel 1976. Ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti, ha modificato la vita materiale di centinaia di milioni di persone, ha assunto un ruolo globale che Mao poteva forse immaginare, ma non vedere compiuto.
E tuttavia la domanda su Mao non si lascia chiudere facilmente.
Resta il fondatore della Repubblica Popolare. Resta il volto sulle piazze, nei musei, nei manuali, nella memoria ufficiale. Resta una figura insieme politica e mitologica, presente anche quando la Cina sembra aver preso strade che Mao non avrebbe riconosciuto. Resta soprattutto come nodo: nodo fra rivoluzione e Stato, fra poesia e potere, fra ideologia e strategia, fra popolo e Partito, fra passato imperiale e modernità socialista.
I libri aiutano a leggere questo nodo senza semplificarlo.
• Primavera e altri scritti di Li Dazhao mostra la Cina prima della presa del potere: il tempo dell’attesa, della crisi, della nascita delle idee.
• Poesie di Mao Zedong mostra il capo rivoluzionario nel luogo più inatteso: la forma poetica, dove la storia si traveste da paesaggio e il potere da visione.
• Gli scacchi di Mao mostra invece la Cina come campo strategico, dove il tempo, lo spazio e la posizione contano quanto la forza.
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Tre libri, tre soglie. Prima di Mao, dentro Mao, oltre Mao.
Forse è questo il modo più giusto per ricordare i cinquant’anni dalla sua morte: non con un giudizio frettoloso, non con una formula, non con una celebrazione né con una rimozione. Ma tornando alle parole, alle strategie, alle radici intellettuali che hanno accompagnato la nascita della Cina moderna.
Perché la Cina di oggi non è più quella di Mao. Ma per capire la Cina di oggi, Mao continua a essere una delle sue ombre più lunghe.
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