Cardinale di Retz: Sulle Memorie di Paul Gondi
30 Set, 2021

 

Jean François Paul de Gondi

 

Sulle Memorie di Paul Gondi, Cardinale di Retz. La traduzione integrale dell’autobiografia di Paul de Gondi

 

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Amedeo Benedetti

( qui il Pdf)

 

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Tra i testi di natura politica si ricordano ormai poco le Memorie del cardinale di Retz, che pure ebbero in passato meritata fortuna, i cui contenuti sono ancora oggi di notevole interesse.

 


 

La Vita

Le Memorie

Il pensiero

 


 

La vita

 

J ean-Francois-Paul ( Paul ) de Gondi, cardinale di Retz, nacque nel castello di Montmirail, nella regione francese della Brie, Francia, il 19 o il 20 settembre 1613, terzo figlio di Philippe-Emmanuel de Gondi e di Marguerite de Silly.

 

Montmirail

Montmirail

 

I Gondi erano una famiglia di mercanti fiorentini che si era installata in Francia all’epoca di Caterina de’ Medici, e aveva goduto della sua protezione.

Paul venne destinato nel 1622 alla carriera ecclesiastica, nell’intento da parte della sua famiglia di fargli occupare lo stesso ruolo del fratello maggiore Henri, morto a seguito di un infortunio.

 

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Nei primi mesi del 1639 si dedicò alla stesura di un’opera letteraria: Conjuration du comte Jean-Louis de Fiesque (La congiura del conte Gian Luigi Fieschi), che turbò e insospettì il cardinal Richelieu. 

Era naturalmente la storia del complotto ordito nel 1547 da Gian Luigi Fieschi, discendente di una vecchia famiglia genovese, contro Andrea Doria e i suoi protettori spagnoli. 

 

Gian Luigi Fieschi

Gian Luigi Fieschi

 

I congiurali occuparono le porte della città e la darsena, cercando di impadronirsi delle navi dei Doria. Ma nel mezzo dell’operazione, mentre saltava con la sua pesante armatura da una nave all’altra, Fieschi cadde in mare e annegò. 

Al giovane Gondi, tale storia parse un edificante duello tra la libertà e la tirannide.

La scelta di un simile soggetto appare emblematica circa il carattere dell’abate, e giustifica il sospetto di simpatie tirannicide e la conseguente diffidenza che generò in Richelieu, che da allora gli fu avverso. La morte del potente cardinale, avvenuta nel 1642, gli spianò l’ascesa sociale. 

 

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Il 5 ottobre 1643 il papa Urbano VIII lo nominò arcivescovo di Corinto in partibus infidelium, e il 19 dello stesso mese, ormai coadiutore, Gondi divenne dottore in teologia alla Sorbona. Predicatore di gran successo, il 31 gennaio 1644 Gondi fu consacrato arcivescovo a Notre-Dame.

Nel 1645 iniziò l’Assemblea del clero, e Gondi. in qualità di coadiutore che interveniva in rappresentanza della metropoli parigina, iniziò a manifestare concetti e a proporre degli indirizzi poco graditi alla corte, come l’idea che il re dovesse rimettersi all’interpretazione della volontà divina fornita dal clero, o che il clero non dovesse contribuire alle imposte.

Nell’agosto 1648 giunse a mettere in discussione il governo del re, pronunciando un sermone infuocato che contribuì a far scoppiare la sollevazione popolare.

 

Fronda

 

Gondi si trovò così ad essere uno dei capi del movimento antimazzariniano della Fronda.

 

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Nel lungo periodo successivo (in cui fu anche nominato cardinale di Retz), maturò pertanto una notevole e singolare esperienza politica, trovandosi invischiato in un continuo tourbillon di ribaltamenti di situazioni, rovesciamenti di alleanze, accordi segreti, cospirazioni, fughe all’estero (Costanza, Ulm, Augusta, Francoforte, L’Aia, Rotterdam, Utrecht, Londra), manovre nel Conclave (i pontefici eletti furono sempre i cardinali sostenuti da Gondi), geniali azioni di propaganda (tramite avvisi affissi nelle strade e manifesti), lunghi patteggiamenti. 

Non gli furono risparmiati neppure le pressioni per dimettersi da arcivescovo di Parigi, tentativi di rapimento, il carcere (da cui evase), l’esilio, e perfino il tentativo di assassinarlo (curiosamente, durante un gigantesco tafferuglio, il celebre apologista La Rochefoucauld imprigionò la testa del coadiutore tra i battenti di una porta, e cercò di farlo uccidere dagli scherani della sua parte, senza riuscirvi).

 

mazzarino

 

Nel marzo 1661 morì Mazzarino, il cui ultimo pensiero fu di farsi giurare dal re Luigi XIV e da sua madre che Retz non sarebbe più rientrato a Parigi in veste d’arcivescovo.

 

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Il 28 agosto il cardinale Gondi propose da Bruxelles di rimanere nominalmente arcivescovo, ma di ritirarsi in luogo assegnalo, lasciando la cura della diocesi a un vescovo suffraganeo. 

Ma il re esigeva le dimissioni senza condizioni, e il governo, in cambio delle dimissioni del prelato, offrì a Retz l’abbazia di Saint-Denis (la più prestigiosa e tra le più ricche di Francia con le sue 120.000 lire di rendita annua), 60.000 lire sulle rendite arretrate dell’arcivescovado, e l’amnistia per i suoi amici.  A fine dicembre il cardinale, che non aveva più un soldo, accettò.

Così nel febbraio 1662 raggiunse Commercy, in Lorena, dove risiederà fino al 1678 facendo però spesso in pratica l’ambasciatore a Roma, ottenendo svariati successi, e ricevendo ogni volta da Luigi XIV freddissimi ringraziamenti.

Dal 1676 data il declino fisico di Retz, affaticato e malato di gotta, e con sempre più gravi problemi alla vista. Morirà il 24 agosto 1679, e verrà sepolto a Saint-Denis, di fronte alla tomba di Francesco I, senza nessuna iscrizione sulla tomba.

 


 

 

Le Memorie

 

Le Memorie di Paul Gondi cardinale di Retz apparvero nel 1717, trentotto anni dopo la morte del loro autore. In esse, Gondi descriveva la sua vita e i suoi intrighi fino al 1655, omettendo quindi il racconto degli anni successivi, quelli della sconfitta e del declino. 

I francesi accolsero il libro con entusiasmo:

« La Francia si accorse di possedere un nuovo capolavoro, scritto mezzo secolo prima con una lingua nervosa, volutamente trasandata, straordinariamente efficace. Uno dei maggiori letterati francesi del Novecento. André Suarès. ha detto: “Fra i tre grandi stili della Prosa del XVII secolo – Pascal, Retz, Saint-Simon – Pascal è lo stile del pensiero, Saint-Simon quello del pittore e il cardinale quello dell’azione».

 

Memorie del cardinale di Retz

 

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Il libro fu subito di moda. Tra i vari pregi indubbi dell’opera, che è una personale rievocazione di vicende storiche, è da rilevare anche il mancato adeguamento delle vicende narrate agli esili storici successivi che l’autore, al momento della stesura, conosceva benissimo:

«Come memorialista o come storico, l’autore dovrebbe disporre del senno di poi; ma di solito non lo usa. Oppure – ed è quasi lo stesso – cerca in tutti i modi di nasconderlo, per quanto l’astuto lettore ne veda a volte spuntare la coda. Ogni situazione viene ricostruita come fu vissuta allora, quando il suo futuro era ignoto. […] Per maggior precisione: Retz non utilizza il senno di poi dello storico per il quale ogni fatto esiste solo nella sequenza che lo precede e Io segue; ma utilizza quello del narratore, che della sequenza si vale per sostenere l’interesse del lettore e destarne le emozioni».

 

Memorie del Cardinale di Retz

Il libro: → Memorie del Cardinale di Retz

 

 


 

Il pensiero

 

Le Memorie di Retz sono ricche di considerazioni, massime, sentenze, anche se disseminate nel corpo del racconto, ma molto diverse, più “pratiche” e meno astratte rispetto a quelle di altri celebri aforisti:

« Le massime di La Rochefoucauld nascono massime. Egli si dedica con cura maniacale a far astrazione dalle occasioni concrete, fino a produrre limpidi cristalli; così trasparenti, a volte, da diventare luoghi comuni. Le sue piccole frasi sono prossime a versi, benché non abbiano ancora una metrica. […] Retz non segue lo stesso gioco. Usa naturalmente anche lui la necessaria concisione, ma scrive di getto e non propone massime che non siano fornite d’esempio. La generalizzazione dà prospettiva all’esempio, e ne riceve spessore. Qualche volta sono riferiti i fatti e la massima traluce, ma l’autore non si attarda nemmeno a scriverla».

 

Massime Larochefoucauld

Il libro: → Massime de La Rochefoucauld

 

La consapevolezza di Retz riguardo alle sue notevolissime capacità traspare da numerosi brani, impensabili in una persona che non abbia avuto molteplici conferme del proprio valore o, ancor più, che abbia dubbi sulle proprie capacità.

Psicologicamente parlando, molto difficilmente certe considerazioni possono venire in mente, con tono cosi sicuro, a chi non si stia riferendo a se stesso:

« Se ti credono forte, tu sei forte: l’ho sperimentato varie volte».

« Gli uomini delle grandi realizzazioni hanno questa superiorità sugli altri: che arrivano prima a vederne la possibilità».

Se tale intuizione fosse giusta, saremmo quindi in presenza di importanti elementi di autodescrizione.

 

Massime del Cardinale di Retz

Il libro: →  Massime del Cardinale di Retz

 

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Anche Retz, come altri autori di saggi sulla psicologia utilitaristica del suo periodo, dedica nella sua opera alcune considerazioni alla cautela, tra le qualità – come si è visto – più apprezzate nel Seicento:

 – «Spesso congiurare è una pazzia; ma, una volta finita la congiura, non c’è niente di meglio che mettere la testa a partito, almeno per qualche tempo. Infatti il pericolo non finisce subito, e ci si deve per forza conservare prudenti e circospetti».

 – «È una bella stupidaggine far parlare di come di persone capaci di azioni pericolose»

 – «È assolutamente imperdonabile non prevedere e non evitare quelle situazioni, in cui non si può far niente che non sia sbagliato».

 – «lo risposi che il valore d’un uomo può dipendere più da ciò che non fa in certe occasioni, che da tutto quello che può fare per il resto dei suoi giorni».

 

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Che però tale cautela non sia stata fortemente inibitrice per Retz al compiere alti spesso rischiosi è dimostrato non solo da vari episodi della sua vita, ma anche dal valore che egli attribuisce a doti opposte, quali il coraggio, la determinazione, l’audacia, I’intrepidezza, eccetera:

 – « Il coraggio è una dote non rara, per non dire banale. La determinazione è più rara di quanto s’immagina, eppure è ancor più necessaria per compiere grandi azioni».

 – « Ciò che sembra azzardato, ma non lo è, di solito è saggio» .

 – «È bello che un coraggioso pecchi per bontà: si constata l’insuccesso politico, ma si loda l’esempio morale» .

 

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Sia il biasimo o l’aperto disprezzo con cui il cardinale Gondi investe indecisi, dubbiosi e paurosi, sia l’aperta critica (talvolta la denigrazione) degli atteggiamenti più passivi e difensivi, mostrano inequivocabilmente come la cautela non fosse la virtù da lui tenuta in maggior considerazione:

 – «Il favore conseguibile con l’azione dipende tutto dal risultalo, cioè da una cosa che nessuno al mondo può mai garantire. Invece l’inerzia dava solide garanzie di buona stampa, fondate sul pubblico odio per il ministero, che veniva costantemente alimentalo». 

 – «Fu una dimostrazione che il clima di paura è adatto per discutere, ma non per decidere»

 – « Di fronte a un’alternativa, questa specie di persone (gli indecisi) osserva correttamente i pro e i contro con i loro nessi, ma non sa decidersi sull’insieme. Giudica separatamente il merito di ciascuna possibilità, ma non sa metterle tutte a confronto per scegliere la migliore e rinunciare alle altre. Perciò la sua decisione resta incerta: oggi dà più valore a una cosa, domani a un’altra».

 – « Il falso senso di sicurezza ispirato dalle alternative di riserva, è la causa più frequente delle imprudenze che facciamo».

 – « Le persone incerte preferiscono sempre le soluzioni ambigue, che permettono di rinviare la scelta».

 – « Per convincere un pauroso, mostragli a fosche tinte un abisso dopo l’altro. Si butterà senza esitare in quello che tu vorrai». 

 – « L’ho notato varie volte: se uno esita a lungo prima d’intraprendere qualcosa, quando alla fine si decide, è facile che si comporti in modo precipitoso». 

 – « Gli uomini incerti, di solito, non esitano tanto sul fine, quanto sui mezzi».

 – « Un indeciso non segue quasi mai la propria visione delle cose, finché gli rimane una scusa per tergiversare».

 – « È la maledizione dei paurosi: la paura dà corpo alle loro fantasie, e le ingigantisce. Immaginano che l’avversario avrà un pensiero, e già se lo vedono piombare addosso. Allora, per evitare danni immaginari, s’accollano danni reali».

 – «La paura è la passione che più indebolisce il giudizio: anche quando gli amici del pauroso sono riusciti a scacciarla dall’azione, lui continua testardo a parlare il linguaggio della paura».

 – «Quando la paura si sente furba, diventa del tutto incorreggibile».

 

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Questo riportare la virtù della cautela nei giusti limili di un comportamento equilibrato e responsabile, senza esagerarne l’importanza ai fini dell’autopromozione, è caratteristica che differenzia notevolmente Paul Gondi da Graciàn e Mazzarino, e che contraddistingue generalmente l’uomo d’azione, rispetto a chi trama più di quanto non agisca, o si defili più di quanto affronti.

Naturalmente non voglio con questo sostenere che Graciàn e Mazzarino siano stati paralizzati dal timore dell’azione; la riprova è data dalla loro stessa notorietà: degli uomini eccessivamente cauti, la storia generalmente non parla.

 

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Resta il fatto, da parte di Retz, di un maggior dinamismo, di una maggior propensione all’azione, di un più forte gusto per la spericolatezza.

Sostanzialmente, è questo il parere anche di Giovanni Macchia, che magistralmente scrive:

«Ciò che continuamente brilla nei Mémoires è il valore delle azioni umane, come in Corneille, come in Plutarco, e ciò che viene scacciala, irrisa, respinta è l’incertezza, l’irresolutezza; è l’immobilità da cui è sorpreso lo spirito nel momento fatale della scelta. […] L’essenza della storia è in questo grande conflitto tra il coraggio e la paura»”.

 

Stemma

 

Altra dote che Retz (iene in massima stima (e anche questo è indice della sua avversione per ogni indugio e indecisione), è il tempismo con cui vanno affrontati i vari problemi:

«Per ogni cosa c’è il momento giusto: il massimo dell’abilità è saperlo vedere e cogliere al volo».

 

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Le Memorie di Retz stranamente non abbondano di sentenze o di aforismi di carattere individuale (così abbondanti in altri autori dello stesso genere; basti pensare a Graciàn e Mazzarino), cioè consigli di autopromozione. Difficile chiarire perché questo succeda: mi sembra tuttavia che tale aspetto dell’opera retziana sia (a parte la tipologia memorialistica dell’opera stessa) in qualche modo da mettere in relazione con il tono assai poco autocelebrativo delle Memorie. 

Retz ammette sempre i propri errori, e talvolta li sottolinea; appare sempre sicuro di sé, ma mai tronfio; il suo tono non è mai cattedratico, ma esclusivamente narrativo; e non pone particolarmente sé come modello. 

Se consideriamo pienamente sincero questo tono, appare naturale che in un simile personaggio non vi sia quindi indugio né entusiasmo nel proporre consigli utili alla scalata sociale.

 

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Comunque le poche massime di carattere individuale, sono memorabili, e denotano anch’esse la profonda conoscenza della psicologia utilitaristica da parte dell’autore:

 – « Ero persuaso che è pericoloso mostrarsi faziosi, specie quando lo si è».

 – « Ho sempre pensato che quando si è costretti a fare un discorso spiacevole, è più cortese presentarlo un po’ arzigogolalo che semplice e limpido, perché ferisce meno».

 – « Nessuno crede gli altri capaci di far quello che non sa fare lui».

 – «I cervelli di gallina non ammettono mai che qualcosa succeda per caso, se può avvenire per calcolo».

 – «Ciascuno è portato a immaginare che i mezzi migliori per fregare gli altri, siano precisamente quelli adatti a fregar lui».

 – « Non è strano che gli uomini non conoscano se stessi, visto che non si ascoltano quando parlano».

 – « Le persone più diffidenti sono spesso le più facili da imbrogliare».

 

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Rispetto a Graciàn, Richelieu e Mazzarino, Retz sembra poi conoscere meglio la psicologia delle folle, il comportamento delle masse popolari, le tendenze delle grandi assemblee politiche. 

L’essere stato a capo della Fronda costituì un’esperienza difficilmente eguagliabile al riguardo. Sono infatti molte le sue osservazioni sulle schermaglie di partito, sulle strategie politiche e sulla strumentalizzazione delle masse, una delle caratteristiche che rende ancora attuali le sue
Memorie:

 – «Ci può essere azione più grande che guidare un partito? Guidare un esercito è di gran lunga più semplice. Naturalmente uno Stato è più complesso, ma i congegni per la guida non sono affatto cosi fragili, né cosi delicati». 

 – « Non c’è forza che possa niente, contro un uomo che difende la sua reputazione identificandosi con il corpo di cui fa parte».

 – « Gli Stati che soffrono cadono nel torpore, quando il male dura troppo: la lunga durata opprime l’immaginazione della gente, e le fa credere che il male non potrà mai finire. Ma appena la gente vede uno spiraglio di luce (ed è immancabile, prima o poi) ne prova tanta sorpresa, tanta gioia, tanto entusiasmo, che passa di colpo da un estremo all’altro: la rivoluzione, da impossibile, diventa per lei facilissima, a portata di mano. Può bastare questo per farla incominciare davvero».

 – «La prima regola da rispettare quando si vuol muovere la popolazione, anche per un attacco bello e buono, è dare a intendere che si tratta solo di difendersi».

 – «L’ho osservato mille volle: per dissipare certi terrori, sono necessari altri terrori di grado superiore».

 – «La folla è la bestia più incontrollabile che ci sia: non si prendono mai abbastanza precauzioni – ed è anche la bestia più diffidente: non si dicono mai abbastanza bugie».

 – «Aver ascendente sul popolo é scomodo, perché si viene incolpati anche dei moti che, con luna la buona volontà, non si riescono a evitare».

 – «Lo spirito di contraddizione domina tutti i collegi che ho visto in vita mia, e il Parlamento mi sembra peggio degli altri: perfino peggio dell’Università».

 – «Quando si riesce a far superare a queste Assemblee (parlamentari) un punto di non ritorno, vanno avanti per forza d’inerzia».

 – «Non dobbiamo mai criticare gli alleati, al punto di avvantaggiare i nemici».

 – «Ai capi assenti, ciascuno fa dire quello che vuole: la loro forza e identità si sbiadiscono ogni giorno che passa».

 – «Chi pensa che il capo di un partito lo guidi come vuole, non sa che cos’è un partito. Di solito i veri padroni sono i subalterni, con  i loro interessi veri o presunti: loro prendono la mano al capo e condizionano la sua prudenza».

 – « Si sa che,  nati i partiti, vi prosperano le correnti: sono schiette manifestazioni della furbizia, intesa come il contrario del buon senso».

 – «Quando è un ente a rendersi ridicolo, la cosa non riesce subito chiara: un Parlamento è un’istituzione grande e maestosa, fin dalla scalinata che sale al portone d’ingresso. I poveri tapini suppongono che sia anche infallibile. Invece si vede subito quando cade nel ridicolo un uomo, sia pur principe di sangue».

 – «Un capopartito prudete sa ingoiare i suoi rospi, ma rintuzza sempre ciò che incoraggia l’opposizione».

 – « Beaufort noti sapeva che riunire una folla è quanto basta ad aizzarla».

 – «In clima rivoluzionario, quando tutti sono irrequieti, la palma spetta a chi prende l’iniziativa, se è svelto e azzecca il primo colpo».

 – «In politica i compagni di partito sono più pericolosi degli avversari».

 

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Analoga competenza è mostrata da Retz per quella che noi chiamiamo oggi la cura dell’immagine, o meglio tutte le scelte ed i comportamenti per accrescere la considerazione degli altri nei propri confronti, o per non diminuirla:

 

«Il grande segreto di chi sta entrando in una carica è di colpire subito la fantasia della gente con un atto che, per un motivo o per l’altro, sia insolito e speciale».

«[Una volta divenuto cardinale, Retz imposta il comportamento utile alla nuova carica] A casa mia davo la precedenza a qualunque ospite, e li accompagnavo tutti fino alla carrozza. Acquistai fama di uomo cortese con molti, e addirittura di umile e remissivo con alcuni. Finché la mia nuova reputazione non fu consolidala, mi tenni alla larga dalle occasioni ufficiali in cui potessi incontrare persone di altissimo rango.

Quando mi parse venuto il momento, colsi l’occasione di un contratto di matrimonio per disputare la precedenza nella firma addirittura al duca di Guise. Naturalmente mi ero ben preparalo e documentato sul mio diritto, che nel territorio della diocesi era incontestabile.

Ci fu un’inchiesta del Consiglio reale, conclusa da una sentenza che mi diede ragione.

Furono tante le persone che mi sostennero in questa occasione, da farmi constatare che scendere al livello dei piccoli è il modo più sicuro per salire a quello dei grandi».

 

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«[Retz ricorda il comportamento di Mazzarino, dopo aver fatto arrestare Condè] Bisogna dire che quell’uomo assecondò la sua fortuna con molta abilità. Mise bene in evidenza che la cattiveria non era sua […].

Dopo l’atto di forza si mostrò ancor più moderato, più gentile e più disponibile del solito.  Non teneva guardie in vista, concedeva udienza con facilità, invitava le persone a pranzo come un privato qualsiasi: era molto più alla mano di ogni altro cardinale».

 

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«Niente rovina le qualità che potrebbero fare un grand’uomo, quanto l’incapacità di cogliere le occasioni decisive per la propria reputazione. Di solito si mancano per cogliere le occasioni di far soldi. Così ci si inganna due volte, perché sulla reputazione si potrebbe costruire anche il patrimonio».

 

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Abbondano naturalmente nelle Memorie le osservazioni sulla società di corte (anche se in misura minore rispetto agli altri autori dello stesso genere) e sul modo di condursi, alcune delle quali di notevole spessore psicologico:

 – « Quel Brion era uno stupido, ma aveva uso di mondo, che in certi casi può surrogare l’intelligenza».

 – « Non tralasciavo di aggravare il delitto [l’essere troppo popolare agli occhi di Mazzarino] con larghe spese, che non ostentavo: perciò riuscivano più brillanti. Facevo grandi elemosine e liberalità, che spesso tenevo segrete: perciò tutti ne parlavano».

 – « Essere in auge dà sempre questo privilegio, di potersi far belli anche di ciò che non si è voluto».

 – « Ho sempre notato che i deboli non cercano accomodamenti, finché hanno qualche forza per negoziare: aspettano di non averne più».

 – « Finché le accuse sono più verosimili delle risposte che potete dare, conviene scivolar d’ala e defilarsi; e aspettare ad alzar la testa, quando il credito passi dalla vostra parte».

 – « Può essere pericoloso rifiutare le offerte di uno più grande di te».

 – « Per convincere una persona poco intelligente, le ragioni più efficaci sono le meno intelligenti».

 – « Si sa che, in un tentativo di riconciliazione, niente crea diffidenza quanto la ritrosia ad accettare obblighi di riconoscenza verso l’interlocutore».

 – « L’esperienza mi dice che si fa pace quando non si vuol litigare; la circostanza di avere o no validi motivi è indifferente».

 – «Il talento d’insinuarsi è d’impiego molto più largo del dono di convincere: ci si può insinuare sempre dappertutto, mentre è normale che non si persuada nessuno».

 – «La corte non riesce ad avere la minima nozione del pubblico, della gente per le strade. La tabe che la fa marcire – l’adulazione – provoca un delirio incurabile su questo punto».

 – «Quando dài a qualcuno un consiglio che non gli piace, è facile che non si chieda affatto se è buono o cattivo, ma solo che diavolo d’interesse puoi avere tu a dargli un consiglio simile».

 – «Quando infine lo convinsi, si comportò nel modo tipico dei deboli, che passano da un estremo all’altro».

 – «Persino l’insolenza fa bella figura, se ha successo».

 – «In fatto di calunnie, ciò che non nuoce al bersaglio finisce per giovargli».

 

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In alcuni momenti, sembra di risentire in Retz l’energica e categorica prosa di Machiavelli, specie quando tratta della situazione al tempo della Fronda:

 – «L’entusiasmo basta solo per incominciare; ma quando si raffredda, bisogna rimpiazzarlo con la forza».

 – «Per essere efficace, la guerra dev’essere fatta senza scrupoli».

 

Ma si tratta solamente di impressioni temporanee. È lo stesso autore ad introdurre subito dei distinguo, non si tratta comunque di attenuazioni, ma di puntualizzazioni per rendere meno rozzo un pensiero giudicato eccessivamente schematico. Le due citazioni precedenti, per esempio, vengono subito sviluppate nel modo seguente:

 

 – « Non sto pensando alla violenza, che è quasi sempre un mezzo grossolano e di esito incerto. Penso alla forza contrattuale: quella che avete se i vostri antagonisti si convincono di dover fare i conti con voi».

 – « È consentito un solo scrupolo: non si deve intrallazzare con i nemici dello Stato».

 

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Eppure, dalla lettura delle Memorie, emerge l’autore effettivamente più vicino per carattere al Machiavelli, rispetto ai vari Richelieu, Mazzarino, Graciàn:

« C’era in lui una specie di dogma della sedizione contro l’autorità, che annullava ogni altro problema, anche religioso e morale. (…) Il pensiero era una cosa stessa con l’azione. E, trattando della congiura del Fieschi, è quasi spaventosa la sua indifferenza verso il bene o verso il male. In nessun conto – come fu notato – egli tiene la moralità dello scopo. Non ha elogi o biasimi che per la minore e maggiore abilità nella condotta degli avvenimenti. Ma quale parte aveva la fortuna nello svolgimento di queste imprese pericolose? 

Fu il grande interrogativo cui Retz non sempre seppe dare risposta. Machiavelli gli aveva insegnato, contro coloro che vedevano le cose del mondo governate soltanto dalla fortuna e da Dio, che la fortuna era arbitra della metà delle nostre azioni e che essa ci lasciava governare l’altra metà.
La vita di Retz, una vita di chi sempre ha adorato il rischio, può apparire quale un esempio luminoso del pensiero di Machiavelli».

 

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Come per i precedenti autori ricordati, occorre chiedersi quale fosse il rapporto tra il cinismo di certe affermazioni e l’importante carica religiosa rivestita da Paul Gondi. La risposta non è difficile: Retz stesso diceva d’avere:

« […] l’anima, credo, meno ecclesiastica di tutto l’universo».

 

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Serafino Balduzzi, (il traduttore dell’opera) osservando come questa affermazione si ricolleghi più che altro ad affari di donne e di duelli, ha cercato di scavare a fondo questo aspetto della personalità del cardinale:

« In ambiente cristiano cattolico, si può supporre che un’anima ecclesiastica – qualunque cosa sia – abbia un rapporto privilegiato con a religiosità. In effetti Retz sembra non doverle niente, salvo sul terreno – fecondissimo ma ambiguo – dell’ipocrisia; da cui peraltro la sua limpida mente sa prescindere senza sforzo. […] Certo era schiettamente antiecclesiastica la propensino troppo scarsa di Retz a rispettare gerarchie».

Retz

 

Ma c’è in Retz, proprio dal punto di vista morale, una grandezza sconosciuta agli altri autori già analizzati in queste stesse pagine (Graciàn, Richelieu, Mazzarino). 

Egli è di gran lunga il meno ipocrita di tutti, e per questo particolare aspetto, merita una giusta considerazione. In più occasioni i suoi scritti (oltre che le vicende biografiche) testimoniano il suo forte apprezzamento per doti virili quali la costante assunzione delle proprie responsabilità, il non nascondersi dietro alle parole, il non cercar scuse o giustificazioni al proprio operato una volta che esso si sia rivelato inefficace, ingiusto o fallimentare, cioè l’estrema fiducia in se stesso:

 – «Credo che chi sa ammettere il proprio errore valga ancor più di chi lo sa evitare».

 – «Uno dei peggiori difetti che spesso mostriamo, quando subiamo una disgrazia per colpa nostra, è di cercare scuse per il passato anziché rimedi per il futuro. Cosi si perde tempo, e i rimedi arrivano tardi».

 – «Quando il risultato ci dimostra che abbiamo sbagliato strada, è facile correggere il ragionamento che avevamo seguito, ma è molto più difficile abbandonare le impressioni che ce l’avevano suggerito».

 – « Chi non si fida di se stesso, non si fida di nessun altro».

 

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Da questo particolare punto di vista, devo osservare come probabilmente il cardinale di Retz sia il più sottile analista psicologico di sconfitte che mi sia capitato d’incontrare.

Lo dimostrano, in parte, anche le varie citazioni riportate nel presente studio: a ben vedere, Retz, più che consigli utili per riuscire, indica errori da evitare. Le sue non sono tanto ricette per arrivare sicuramente al successo, quanto indicazioni per non cadere in rovina. In altre parole, un impercettibile pessimismo percorre tutta l’opera.

Mi sembra che tale considerazione rappresenti un altro segno della singolarità di Retz tra gli autori in precedenza ricordati: normalmente tutti tendono a dilungarsi sulle vittorie conseguite, accennando appena agli insuccessi occorsi:

Retz non solo ne parla diffusamente, ma li analizza, come se il bisogno di comprenderne a fondo le cause fosse largamente superiore al fastidio di riviverli.

 

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Se Graciàn e Mazzarino sono formidabili nel prescrivere, e Richelieu nell’eseguire il giusto intervento, è altrettanto vero che Retz è straordinario nella verifica autoptica dei fatti, soprattutto per il fatto che non esclude mai se medesimo.

In un momento di consuntivi, riconoscendo di aver sbagliato tutto e di non aver fatto un tempo le scelte più felici per non finire in carcere. Retz conclude:

«È tutto vero, e io ho fatto altrimenti. Ma non ho rimpianti. Ho dato ascolto alla mia indole. Penso che – salvo tener fede a se stessi e non mentire – tutto il resto non faccia poi gran differenza nella vita d’un uomo».

Emerge in questa conclusione tutta la complessa personalità del cardinale, disincantala ma indomita, priva di ogni inibizione o freno ma rigorosamente coerente con se stessa, nichilista e noncurante delle leggi ma con alcune (personali) regole ferree.

 

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La particolare moralità di Retz emerge anche dal modo in cui egli parla di sé, senza eccessivi abbellimenti:

 – «Constatai che gli uomini sono stimati per i loro lati peggiori. Si disse che ero impavido – si doveva dire che ero un bell’incosciente: effettivo il vizio, chimerica la virtù».

 

Si tratta di un particolare molto importante, rilevato anche da Balduzzi:

«L’ironia che non di rado infligge a se stesso (a volte con mano pesante) non prova necessariamente la sua sincerità, ma certo contribuisce a rafforzarne l’impressione. In un ritratto postumo, fatto nel secolo successivo, il presidente Hénault diceva: “Le sue Memorie si leggono volentieri: ma si era mai visto un uomo parlar male di sé peggio che di un nemico?”».

E ciò è anche il principale motivo per cui,  tra i vecchi autori di psicologia utilitaristica, Retz è quello a cui va la nostra maggior simpatia.

 

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Memorie del Cardinale di Retz

Il libro: → Memorie del Cardinale di Retz

 

 


 

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