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Biografia approfondita Giacomo Casanova

Biografia approfondita

Fonte: Treccani.it
 
CASANOVA, Giacomo. - Nacque a Venezia il 2 apr. 1725, secondo dei sei figli di Gaetano e di Giovanna (Zanetta) Farussi, detta la Buranella, entrambi attori.
Nel primo capitolo della sua autobiografia il C. ricostruisce una assai improbabile ascendenza nobiliare, risalendo a un don Giacobbe Casanova, segretario del re Alfonso d'Aragona, che nel 1428 avrebbe rapito dal convento donna Anna Palafox. Dalla loro unione sarebbe derivata in linea diretta la sua famiglia. Molto più attendibile e, invece, come egli stesso affermò nel libello Né amori né donne, che fosse vera la voce che lo indicava come il frutto di una relazione della madre col nobile Michiel Grimani, proprietario del teatro di S. Samuele, ove i coniugi Casanova esercitavano la loro arte.
Per seguire la sua avventurosa e romanzesca esistenza, almeno fino al 1774, ci si deve affidare fondamentalmente alle sue molto minuziose memorie (Histoire de ma vie), ma tenendo conto dei documentati interventi correttivi o chiarificatori dei numerosi studiosi che se ne sono occupati nel corso di due secoli.
 
Era ancora un fanciullo quando, nel 1731, gli morì il padre; e la madre, costretta dalla sua professione a continui viaggi e spostamenti per l'Europa, affidò il figlio alla nonna materna, Marzia. Costei, per curare il nipote afflitto da frequenti perdite di sangue dal naso, lo portò da una specie di maga, a Murano. Ne uscì guarito, ma questa precoce esperienza di arti magiche lo turbò profondamente. Passato sotto la tutela dell'abate Alvise Grimani, fratello di Michiel, il C. verso i nove anni fu condotto a Padova, alla scuola dell'abate Antonio Gozzi, con cui ebbe modo di soddisfare ampiamente la sua viva e crescente curiosità culturale. Divenne esperto dei classici; conosceva a memoria l'Ariosto e Orazio; e non lasciò perdere alcuna possibilità di conoscenza, letteraria ma anche scientifica, leggendo ed assimilando prodigiosamente quanto gli capitava tra le mani. Si fece in breve una cultura molto estesa e varia, ma invero più brillante che profonda e ordinata, di cui comunque saprà servirsi abilmente in tante situazioni. Apprese anche a suonare il violino, e a suo tempo gli sarà utile, ma per la musica non mostrò mai una particolare inclinazione. A Padova il C. iniziò le sue esperienze amorose, essendosi innamorato di Bettina, sorella del suo precettore, dalla quale, più anziana ed esperta di lui, apprese le schermaglie ed astuzie di quella guerra dei sessi, di cui doveva diventare un maestro. Proseguì gli studi iscrivendosi all'università: avrebbe voluto fare medicina, ma la madre lo convinse che avrebbe potuto trarre maggior vantaggio seguendo i corsi di giurisprudenza. Comunque più che a studiare pensava a divertirsi, sicché fu richiamato a Venezia e affidato al curato di S. Samuele, il quale doveva prepararlo alla carriera ecclesiastica. Non era questa una libera scelta, ma allora era considerata la via più sicura, per un giovane dotato ma di origine plebea come lui, per farsi strada nella società. Ricevette la tonsura il 17 febbr. 1740 e l'anno seguente gli furono conferiti i quattro ordini minori. Aveva solo sedici anni, ma con la veste di abate poté fare subito il suo ingresso nella società veneziana. La protezione del senatore Alvise Malipiero e l'amicizia del poeta Giorgio Baffo gli consentirono di frequentare le conversazioni più ricercate, ove non tardò a farsi notare per il suo spirito e la sua galanteria. Era questo il mondo a cui avrebbe voluto appartenere, ma non era nato nobile e sapeva bene che c'erano limiti che per lui sarebbero sempre stati invalicabili. Gliene derivò un acre sentimento di inferiorità che, per quanto fosse accuratamente occultato, non lo abbandonò mai per tutta la vita.
 
La cronologia di questi anni è piuttosto confusa; ad ogni modo tra il 1741 e il 1742 va posto il suo primo viaggio in Levante, a Corfù e a Costantinopoli, come pure il conseguimento della laurea in legge a Padova. In questo periodo si vanno anche moltiplicando le occasioni d'incontri amorosi. A parte l'avventata relazione con Teresa Imer (figlia del direttore della compagnia comica del S. Samuele), che gli alienò l'amicizia del senatore Malipiero, di cui era l'amante, il C. ebbe agio di sperimentare le sue non comuni qualità amatorie con le contessine Nanette e Marton Savorgnan. Fin d'allora egli ricercava il piacere, gioiosamente e realisticamente, senza complicazioni sentimentali. Nel marzo 1743 morì la nonna Marzia, che aveva occupato nel suo cuore il posto della madre lontana, e il C. ne provò un sincero dolore. Poco dopo, per ragioni non chiare, fu rinchiuso nel forte di Sant'Andrea. Nonostante tutto non era trattato male; anzi anche qui trovò modo di frequentar donne, ma gli capitò inopinatamente di prendersi la prima di una serie di infezioni blenorragiche. Poi, per interessamento della madre, che ogni tanto da Dresda si ricordava del figlio, questi fu messo al servizio del neovescovo Bernardino Bernardi, destinato alla diocesi di Martirano in Calabria.
Da questo momento i confini della sua esistenza si allargano in un susseguirsi vertiginoso di avventure e disavventure. Il viaggio per raggiungere il suo vescovo non fu senza intoppi, ma alla fine le poco liete prospettive di una permanenza in una località depressa come Martirano lo indussero a rinunciare al posto. Si chiariva così un equivoco, e cioè che, nonostante certi vantaggi, la carriera ecclesiastica non era proprio quella che più gli si confaceva, tanto che poco dopo abbandonò definitivamente l'abito da abate. Durante la vita gli capiterà per due volte di pensare a chiudersi in un convento, ma il buon senso finiva per prevalere.
Raggiunse quindi Napoli, una città che gli piacque subito e dove fece importanti amicizie, avendo modo di incontrare Antonio Genovesi, il marchese Galiani (fratello del famoso abate), il duca Lelio Carafa, e di stringere relazioni con alcune nobildonne. Passò poi a Roma, ove contava di fare fortuna, dato che aveva prontamente capito come avrebbe dovuto comportarsi: "essere un camaleonte, un Proteo, un Tartufo, un commediante impenetrabile, agire bassamente, fingere tutto, apparire freddo". Ma gli andò male: era riuscito ad entrare al servizio del cardinale Acquaviva, ma a causa di un'ingiusta accusa di corruzione di una minorenne fu costretto a lasciare la città.
 
Nel marzo 1745 il C. era ad Ancona, ove s'invaghì di una bella e nota cantante (identificata in Angela Calori, che viaggiava in abiti maschili e si faceva chiamare Bellino). Fu un amore travolgente, come gli capitò spesso, ma forzatamente breve, poiché le loro strade divergevano. Rientrato a Venezia nell'aprile successivo, trovo conveniente arruolarsi come ufficiale subalterno, onde s'imbarcò per Corfù per poi proseguire per Costantinopoli. Nelle Memorie gli avvenimenti curiosi ed eccitanti di questo viaggio risultano confusi con quelli del viaggio precedente del 1741-42, ma quel che conta è che le ricerche recenti hanno potuto documentare la sostanziale veridicità della narrazione casanoviana.
Lo ritroviamo a Venezia agli inizi dell'anno 1746. È per lui un momento molto difficile, perché non godeva di alcun credito né di risorse finanziarie; ma il C. non si perde d'animo e si fa scritturare come violinista nell'orchestra del teatro di S. Samuele, ove avevano lavorato i suoi genitori. Ma la sua buona stella non tardò a venirgli in soccorso, facendogli incontrare il senatore Matteo Bragadin, di cui seppe guadagnarsi una gratitudine perenne guarendolo da un malanno.
Il Bragadin e i due suoi amici, Marco Dandolo e Marco Barbaro, erano tra l'altro appassionati di scienze occulte, così che al C. si offrì l'opportunità di farsi apprezzare non solo per le sue cognizioni mediche, ma anche per le sue immaginose e abili mistificazioni cabalistiche. L'importante era appagare la credula attesa dei suoi illustri ospiti: se avesse voluto disingannarli, scrive nelle Memorie, "mi avrebbero trattato da ignorante, e mi avrebbero licenziato". E per di più sarebbero stati facile preda di qualche disonesto ciurmadore. Il C. invece non ne abusò e si limitò a godere delle agiatezze che tale posizione gli procurava. Il Bragadin giunse ad adottarlo come figlio e s'impegnò a sovvenirlo, vita natural durante, con 10 zecchini al mese.
Per tre anni quindi il C. fu in grado di menare una vita spensierata tra gioco, amori e divertimenti; ma, per una delle solite sue imprudenze, gli convenne abbandonar Venezia, agli inizi del 1749. Andò a Milano e poi proseguì per Mantova, ove s'imbattè in un certo Capitani, che si vantava di possedere nientemeno che il coltello col quale Pietro aveva tagliato l'orecchio a Malco. Il C., sempre a corto di denari, gli promise di fargli trovare il fodero originale, così che la reliquia avrebbe avuto un valore altissimo. L'illimitata credulità di tipi del genere era la molla che faceva brillare il suo spirito, spingendolo a interpretazioni di altissimo livello entro tragicomiche scenografie di rituali misteriosi quanto assurdi.
 
A Cesena egli incontrò la donna che suscitò in lui il sentimento più profondo mai provato nelle sue numerosissime relazioni femminili. Nelle Memorie è ricordata col nome di Henriette, ma il suo vero nome, secondo il Childs, era Jeanne-Marie d'Albert de Saint-Hippolyte, maritata con un Boyer de Fonscolombe. Essa era diretta a Parma, accompagnata da un vecchio ufficiale ungherese. Qui Henriette si liberò dell'accompagnatore e il C., che aveva viaggiato con loro, ne divenne tosto l'amante. Bella, intelligente e colta, riuniva quindi in sé quelle qualità che gliela rendevano particolarmente attraente. Passarono tre mesi incantevoli, poi egli l'accompagnò fino a Ginevra, ove dovettero separarsi. Il C. ne rimase straziato e non seppe trattenere le lacrime.
Né fu questa l'unica volta che egli ci mostra il volto della disperazione: è vero che il dolore non lo occupava mai a lungo, ma era senza dubbio sincero. La relazione con Henriette assume inoltre un valore esemplare a riguardo dell'abusato raffronto con don Giovanni: in verità un esame spassionato della vita del veneziano dimostra che tale accostamento non è solo erroneo, ma improponibile. Il comportamento del C. con le donne è certo quello di un libertino, ma è sempre cavalleresco, diciamo "naturale", umano, tanto che nessuna delle sue conquiste ebbe mai a lamentarsi di lui o a serbargli rancore. Nulla a che vedere quindi col gelido, crudele cinismo dell'orgoglioso personaggio di don Giovanni.
Ritornò a Venezia, ma poco dopo, nel giugno 1750, partì per Parigi in compagnia dell'attore Antonio Balletti, figlio della celebre Silvia. Col viaggio in Francia si apre un nuovo e fondamentale capitolo della sua vita. A Lione venne affiliato alla massoneria, non per un'interiore esigenza, ma perché riteneva che questa costituiva l'indispensabile lasciapassare per poter affrontare le incognite che lo attendevano. È opinione del Childs che fosse accolto nella loggia di rito scozzese "Amitié amis choisis". Inoltre, secondo lo studioso americano, egli avrebbe fatto parte anche della società segreta dei Rosacroce.
Il primo soggiorno a Parigi copre gli anni 1750-1752. Al C. essa apparve subito come la città ideale per far fruttare i suoi talenti e come un palcoscenico perennemente illuminato ove tutto poteva accadere: "L'impostura e la ciarlataneria possono qui far fortuna meglio che altrove". Fece subito amicizia con gli attori della Comédie Italienne e, tramite Silvia Balletti, fece utili e importanti conoscenze, tra cui il Crébillon, il d'Alembert, il Fontenelle e l'abate Voisenon. La cultura era un altro dei suoi effettivi interessi e ne conosceva bene anche le possibilità che essa offriva per emergere in questa società. Riuscì a convincere il vecchio e famoso Crébillon a dargli lezioni di francese per un anno; e volle anche apprendere alla perfezione il minuetto da Marcel, noto maestro di danza. Frequentava con particolare piacere la Comédie Française e l'Opéra, oltre naturalmente la Comédie Italienne, ambienti nei quali tra l'altro più facili erano le occasioni di utili incontri. Fu appunto in questo periodo che il C. scrisse la sua prima opera, che era però soltanto la traduzione in italiano del dramma Zoroastro di Louis de Cahusac. Ebbe contatti anche con la corte, ma le sue occupazioni prevalenti furono, al solito, le conversazioni, il gioco e gli amori, cogliendo ogni opportunità per accrescere le sue esperienze e per affinare le sue tecniche di uomo di mondo. "Se Venezia, dove scoprì la propria vocazione libertina, gli fece da palestra, Parigi fu la sua accademia" (Gervaso).
 
Nell'ottobre 1752 il C. lasciò Parigi col fratello Francesco, affermato pittore di battaglie, e s'incontrò con la madre a Dresda. Per lei scrisse La Moluccheide (perduta), parodia dei Frères ennemis di Racine. Vi si fermò alcuni mesi, trovandovi facile terreno di conquiste e continue occasioni di divertimento. Poi si diresse a Praga e poi proseguì per Vienna, ov'ebbe un affettuoso incontro col grande e modesto Metastasio. Ma Vienna non era Dresda: l'atmosfera di esasperato bigottismo imposto da Maria Teresa gli divenne presto insopportabile. Riprese quindi la strada di casa, sbarcando a Venezia il 29 maggio 1753. Accolto festosamente dal vecchio Bragadin e dai suoi amici, ricominciò la vita di un tempo, e non bastandogli mai i denari, pensò di impiantare un banco di faraone, ma l'iniziativa si concluderà in malo modo. Intanto s'infiamma d'amore per una giovanissima fanciulla, Caterina Capretta (secondo il Brunelli); ma i suoi genitori cercano di sottrargliela, facendola rinchiudere in un convento di Murano. Ma, è noto, i conventi d'allora non erano un ostacolo insuperabile. Solo che, avendo incontrato in parlatorio un'altra suora di eccezionale bellezza, l'incostante C. dimenticò Caterina e strinse un'appassionata relazione con quest'ultima, che nelle Memorie è indicata solo con le iniziali M. M. (una discrezione in lui consueta, quando si trattava di donne di rango; e che ora è stata identificata con Marina Morosini). Né valse a dissuaderlo l'aver saputo che costei aveva già un amante nella persona dell'ambasciatore di Francia, l'abate Pierre de Bernis. Uno strano amante, in verità, che non disdegnava di assistere, inosservato, alle esibizioni erotiche del suo antagonista con M. M.; come non ebbe alcuna difficoltà a stringere amicizia con lui. Cosi, passando da un'avventura all'altra, mescolandosi in affari poco chiari, e facendosi notare nei caffè e nei salotti per le sue convinzioni anticonformiste, soprattutto in materia di costumi, era inevitabile che il C. si facesse dei nemici, al punto che la notte dal 25 al 26 luglio 1755 egli fu arrestato e rinchiuso nei Piombi. L'accusa ufficiale era di aver diffuso dei versi antireligiosi, ma le ragioni vere vanno ricercate nelle "riferte" del confidente G. B. Manuzzi, in cui egli è raffigurato come un corruttore, un imbroglione, un miscredente e, in particolare, gli veniva imputato di aver mandato in rovina il senatore Bragadin. Della sua permanenza e della sua rocambolesca fuga dai Piombi, dopo quindici mesi di reclusione, il C. ci ha lasciato un amplissimo resoconto nella Histoire de ma fuite (Lipsia 1788), che divenne uno dei testi canonici della sua leggenda di avventuriero.
 
Nell'introduzione egli afferma di essersi deciso a scrivere questa storia per evitare a se stesso la noia di doverla continuamente raccontare alle persone di riguardo che gliene facevano richiesta. Ma anche per impedire che ne circolassero delle versioni inesatte o mistificanti. Dunque, dopo aver fatto la cronistoria degli avvenimenti antecedenti, l'autore descrive il suo profondo smarrimento per l'arresto da lui assolutamente non previsto e su cui non ricevette mai alcuna motivazione formale (ne darà poi la colpa all'ostilità di uno degli inquisitori, Antonio Condulmer, la cui amante era stata oggetto delle sue attenzioni). E ci parla dei tormenti della prigionia, della solitudine, del terribile calore della cella, in estate, essendo situata sotto il tetto del palazzo ducale, ricoperto di lastre di piombo; del venale carceriere Lorenzo, dei suoi compagni di pena e soprattutto dei suoi progetti di fuga. Dalle carte degli inquisitori (cfr. Dolcetti, La fuga..., pp. 164 s.) risulta che era stato condannato a una pena di cinque anni, ma egli non lo sapeva e anzi lo muoveva l'orribile sospetto di dover passare in quell'inferno il restante della sua vita. Un primo tentativo non era riuscito: aveva forato il pavimento sotto il letto, ma al momento buono fu cambiato di cella. Andò invece a buon fine il progetto successivo, con la collaborazione di un altro prigioniero e di un certo monaco Balbi. Quest'ultimo, dopo aver praticato un foro nel soffitto della sua cella, riuscì a fare altrettanto in quella contigua del C; di lì entrambi salirono sul tetto, donde, con parecchia audacia e una buona dose di fortuna si calarono nell'interno del palazzo, quindi, ingannando il custode, guadagnarono l'uscita. Era l'alba del 1º nov. 1756. Poi i due fuggiaschi, in modo avventuroso, raggiunsero Bolzano, mettendosi in salvo. La fuga, che il cronista Piero Gradenigo (cit. in Brunetti, La fuga, p. 201) definì "sorprendente", suscitò un'eco clamorosa, perché uscire dai Piombi era ritenuta un'impresa impossibile. Questo può spiegare le riserve di alcuni studiosi in merito alla versione datane dal C., a cominciare dal Foscolo, che la reputava "a romance, neither more nor less" (Opere, Firenze 1850, IV, pp. 340-45).
 
Agli inizi del 1757 il C. è di nuovo a Parigi, ove sapeva di poter contare sull'aiuto dell'abate de Bernis, divenuto nel frattempo segretario di Stato per gli Affari Esteri. Gli fu infatti più facile stringere nuove amicizie e progettare varie attività. Tra l'altro, d'intesa con Joseph de Pâris-Duverney, primo intendente della scuola militare, e con i fratelli Giovanni e Ranieri Calzabigi, realizzò una lotteria pubblica che ebbe molto successo. Qualunque sia la effettiva parte di merito del C. in questo affare, è indubbio che la sua insospettata abilità finanziaria rivelava la duttilità del suo ingegno. Fu poi il de Bernis a fargli affidare un incarico segreto, a Dunkerque, ove doveva indagare sulla situazione di quella guarnigione e della flotta. Il C. se la cavò egregiamente, ricevendone in compenso 500 luigi d'oro. Ebbe quindi altri incarichi di fiducia: invero egli sapeva essere convincente non solocon le donne, ma con tutti. Così nel 1758 fu incaricato dal revisore generale delle finanze, Jean de Boulogne, di recarsi ad Amsterdarn per cercare di cambiare 20.000.000 di titoli di Stato francesi in altri titoli più redditizi. E anche questa operazione fu conclusa vantaggiosamente. A parte gli affari il soggiorno parigino di questi anni fu prodigo per il C. di amori e di soddisfazioni mondane, conteso com'era dai salotti più ricercati, in cui era preceduto dalla fama, già aureolata di leggende, di uomo d'eccezione, l'avventuriero che neppure i Piombi erano riusciti a neutralizzare. Non gli mancò tuttavia qualche disavventura. Infatti fastidi e complicazioni spiacevoli gli procurò l'incontro con X. C. V. (cioè Giustiniana Wynne), l'amante del patrizio veneziano Andrea Memmo, che per liberarsi di una gravidanza indesiderata gli aveva chiesto di aiutarla. E un completo fallimento fu l'idea di impiantare una fabbrica di stoffe di seta francese su cui dipingere disegni cinesi. Finì in prigione per debiti, ma dopo qualche giorno ne uscì per l'intervento della sua potente amica, la marchesa Jeanne d'Urfé.
Verso l'ottobre 1759 il C. lasciò Parigi, diretto in Olanda con l'incarico di reperire un prestito per il governo francese. Non essendovi riuscito, proseguì per Colonia, da dove iniziò un lungo giro di peregrinazionipervarie città d'Europa, conducendo la sua solita vita, tentando nuove esperienze e cercando nuove avventure, ma anche lasciandosi coinvolgere, al solito, in alcuni intrighi. Qualche studioso ha avanzato l'ipotesi che questi viaggi avessero ragioni segrete: si è pensato ai gesuiti e ai massoni (Childs). Ma probabilmente i suoi spostamenti erano dettati solo dalla noia, dall'insofferenza o, più spesso, dalla necessità di sfuggire alle conseguenze della sua improntitudine. Più che programmare la sua esistenza, si lasciava sospingere dagli "accidenti". Nella prefazione alle Memorie ha scritto: "non avendo mai avuto una meta fissa, il solo sistema al quale io potei ricorrere, se sistema è, fu di lasciarmi andare dove mi spingeva il vento" (ediz. Chiara).
 
Nella primavera del 1760 il C. era in Svizzera. Visitò, tra l'altro, l'abbazia benedettina di Einsiedeln e fu preso da un desiderio di pace e di distacco dal mondo. Ma bastò l'incontro con una bella e misteriosa signora per fargli subito dimenticare i suoi propositi di una vita ascetica. Il C., che si era già autonominato cavaliere di Seingalt, conobbe a Berna il giudice Bernard de Muralt, dal quale ottenne una presentazione per il dottissimo Albrecht Haller, che risiedeva a Roche. Ma del suo soggiorno in Svizzera l'avvenimento più importante fu la visita a Voltaire nel suo castello di Ferney.
La strada per le "Délices" era da tempo un itinerario obbligato, ove in continuazione si rinnovava il rito dell'ossequio all'indiscusso patriarca della cultura europea. Il C. vi sostò per quattro giorni, dal 5 all'8 luglio, ma l'atteso incontro si risolse in uno scontro, da cui egli uscì piuttosto umiliato nella sua vanità. Gliene rimase un profondo risentimento, che traspare in tutti gli scritti in cui si occupò del filosofo francese. Su questo episodio il capitolo delle Memorie (VI, 10) resta fondamentale, ma esso non è che il sunto di una più ampia relazione, che purtroppo non si è più trovata.
Da Ginevra il C. si trasferì successivamente a Aix-en-Savoie (Aix-les-Bains), ad Avignone, a Grenoble, a Marsiglia, continuando nelle sue avventure galanti. Ma sentì anche il bisogno di recarsi a Valchiusa, ove rese un commosso omaggio ai luoghi celebrati dal Petrarca. Poi si diresse verso l'Italia e si fermò a Genova, Livorno e Firenze. Ma qui, nel dicembre 1760, restò vittima di un imbroglio architettato dall'avventuriero Carlo Ivanoff e quindi dovette in fretta partirsene per Roma, ove rivide dopo tanto tempo il fratello Giov. Battista, anche lui pittore come Francesco, e fece conoscenza col suo maestro Raffaello Mengs e con l'archeologo Giovanni Gioacchino Winckelmann. Si fece ricevere in udienza dal papa Clemente XIII Rezzonico, veneziano, che gli conferì l'Ordine dello Speron d'oro. Era un'onorificenza di scarso pregio, ma, finché non lo venne a sapere, il C. ne menò gran vanto. Passò quindi a Napoli, una delle città che più prediligeva, e vi sostò per alcune settimane; rivide i vecchi amici e riallacciò una lontana relazione con Lucrezia Castelli, dopo aver sfiorato l'incesto con la figlia di costei, Lemilde, che era anche figlia sua. E non era l'unica figlia di cui ignorasse l'esistenza: già ad Amsterdam, nel 1759, incontrata Teresa Imer, aveva da lei avuto la prima rivelazione di una sua paternità.
Riprese poi la via per la Francia, giungendo a Parigi nel maggio 1761. Il suo fascino è ancora una sicura risorsa e infatti sono le donne a consentirgli di frequentare senza preoccupazioni la vita di società: in particolare lo sovvengono cm grande generosità la contessa Constance du Rumain e la marchesa d'Urfè.
 
I rapporti con quest'ultima, di vent'anni più vecchia di lui, costituiscono uno dei capitoli più incredibili dell'avventurosa esistenza del veneziano e la riprova estrema dell'incommensurabile disponibilità di una creatura umana alle suggestioni dell'irrazionale. La marchesa aveva una fede illimitata nelle scienze occulte e credette quindi senza difficoltà alle virtù cabalistiche e alle capacità scientifiche e criptografiche convenientemente esibite dal C., il quale la convinse perfino di possedere la tanto ricercata pietra filosofale. Ma la marchesa era ricchissima, onde, più che a trasformare in oro i metalli poco pregiati, pensò di poter utilizzare le eccezionali qualità del suo giovane amante in un'operazione ben altrimenti profittevole. Gli chiese cioè di trasferire la sua anima nel corpo di un ragazzo in modo da poter riacquistare la giovinezza. Il C. accettò e, con la complicità di un'altra sua amante, Marianna Corticelli, protrasse il più a lungo che poté, per oltre due anni, i complicati rituali erotico-magici dell'attesa rigenerazione, spostandosi da un luogo all'altro. Una storia allucinante, ma a suo modo esemplare, in cui non si sa se ammirare più la fertile immaginazione e la sconfinata impudenza del C. o deprecare i vaneggiamenti della "sublime pazza", dalla quale, secondo le accuse di una nipote, egli avrebbe ricevuto complessivamente qualcosa come 1.000.000 di lire francesi dell'epoca.
Probabilmente per evitare le prevedibili conseguenze di tale vicenda, il C., nel giugno 1761, partì per Londra, portando con sé un figlio di Teresa Imer, che ora si faceva chiamare Cornelis, per riconsegnarlo alla madre, dopo averne avuto cura per qualche tempo. Aveva in mente di organizzare anche qui una lotteria del tipo che aveva avuto successo a Parigi, ma il progetto non poté essere realizzato. Il soggiorno londinese, invero, gli fu piuttosto avaro di soddisfazioni e anche con le donne ebbe scarsa fortuna. Anzi fu proprio qui che ebbe quella tempestosa relazione con Marianna Charpillon, la quale lo seppe bravamente ridicolizzare. Non fu questo l'unico incidente della sua carriera di amatore, ma è un aspetto che viene solitamente trascurato (non da lui, però), perché troppo in contrasto con la sua leggenda di irresistibile seduttore.
Lasciò Londra il 13 marzo 1764, dopo aver sperperato un gran mucchio di denaro, e ricominciò a vagabondare per l'Europa, sospinto dal suo spirito "ambulatotorio". A Tournai s'incontrò col conte di Saint-Germain, una delle figure più misteriose dell'epoca, dotato di eccezionali poteri di suggestione. Il C. ne rimase affascinato: "Quel homme! on pouvait être sa dupe sans se déshonorer". A Berlino sollecitò un appuntamento con Federico II, di cui delineò uno dei ritratti più incisivi di una folta galleria. Il re gli offrì un posto da precettore, ma egli declinò l'offerta, essendosi reso conto che quell'ambiente militaresco non era affatto adatto per lui. Nei suoi rapporti con uomini e donne il C., infatti, aborriva da qualsiasi legame, che gli potesse togliere il bene più prezioso, la sua libertà.
 
Nel settembre dello stesso anno lo ritroviamo a Pietroburgo. Si fermò in Russia per nove mesi ed ebbe quindi modo di conoscere e sperimentare a lungo usi e costumi di quel popolo. Per 100 rubli si prese in casa una giovanissima contadina, ribattezzata Zaira, che gli era parsa bellissima ("mi sembrava l'originale della statua di Psiche vista a Villa Borghese"); ed afferma che non l'avrebbe mai lasciata se non fosse stata insopportabilmente gelosa e troppo credula nei responsi delle carte. Il C. s'incontrò quattro volte con la grande Caterina II, alla quale, tra l'altro, propose vanamente la riforma del calendario. Poi, non avendo trovato una sistemazione adeguata, nell'ottobre 1765 passò in Polonia. Viaggiava sempre munito di autorevoli credenziali e questo gli apriva ogni porta, consentendogli di frequentare le persone che contavano. A Varsavia poté godere dell'amicizia dello stesso re, Stanislao Poniatowski, così che aveva buone ragioni per ritenere che qui avrebbe potuto ottenere una sistemazione soddisfacente. Ma, nel marzo del 1766, a causa di una disputa a proposito di una ballerina, il C. si trovò nella situazione di dover rispondere alla provocazione del conte Francesco Branicky sfidandolo a duello. L'avvenimento fece sensazione e ancora una volta il nome del veneziano corse sulle bocche di tutti. Più tardi egli ne diede una minuziosa descrizione, presentandolo come un altro dei momenti più esaltanti della sua vita e quindi provvedendo ad alimentare, accortamente, la sua leggenda.
Insieme con l'Histoire de ma fuite, Il duello ovvero Saggio della vita di G. C. veneziano, pubblicato negli Opuscoli miscellanei (Venezia, giugno 1780), costituisce una ragguardevole anticipazione delle Memorie;anzi, e ne fa fede il sottotitolo, quando lo scrisse egli pensava di soddisfare con questa narrazione quanti gli richiedevano di raccontare appunto la storia della sua esistenza. Infatti in queste pagine egli riassume gli avvenimenti successivi alla fuga dai Piombi fino al suo ritorno a Venezia nel 1774. Ci sembra rilevante il preambolo, che fornisce già una chiave di lettura dei fatti occorsigli: "Un uomo nato a Venezia da poveri parenti, senza beni di fortuna, e senza nessuno di que' titoli, che nelle città distinguono le famiglie dalle ordinarie del popolo, ma educato, come piacque a Dio, nella guisa di quelli, che sono destinati a tutt'altro fuorché a mestieri coltivati dal volgo, ebbe la disgrazia nell'età di ventisett'anni di incorrere nell'indignazione del governo, e nell'età di vent'otto ebbe la fortuna di fuggire dalle sacre mani di quella giustizia, della quale non soffriva di buona voglia il castigo...". Quanto al duello, il racconto non si discosta, sostanzialmente, da quello meno particolareggiato delle Memorie. Nell'archivio di Dux è stata trovata una nota (Description de l'affaire arrivée à Varsovie le 5 mars 1766), scritta il 13 marzo di quell'anno, vale a dire solo otto giorni dopo il duello, in cui gli avvenimenti sono sintetizzati e sono trascritte le lettere scambiatesi dai due protagonisti. Di questi appunti il C. sicuramente si valse nella stesura definitiva di questo opuscolo. Dunque, il duello si svolse alla pistola: il conte fu ferito al ventre, mentre il C. fu solo colpito di striscio alla mano sinistra. Lo stesso avversario gli consigliò di fuggire, dopo averlo protetto dall'ira dei suoi nobili compagni che avrebbero voluto farne giustizia sommaria. Il C. quindi trovò rifugio in un convento, in attesa degli eventi. Per fortuna la ferita del conte Branicky non era così grave come era sembrato in un primo tempo; tuttavia l'accaduto gli aveva rivoltato contro l'ambiente di corte e la nobiltà. Dovette quindi lasciare la Polonia, non senza però aver prima saldato i debiti di gioco, in ciò soccorso dallo stesso re. Il racconto è infarcito di digressioni non pertinenti, ma che vanno messe in relazione all'epoca in cui fu scritto, quando cioè egli voleva dimostrare al governo veneziano di essere un "suddito fedele" e un buon cristiano.
 
Riprese quindi a viaggiare, ma i suoi spostamenti cominciavano ad essere ostacolati, in quanto poco graditi. A Vienna, agli inizi del 1767, il C. fu bandito dalla città per ordine della stessa imperatrice. Alcuni mesi dopo, a Parigi, ricevette una identica ingiunzione reale, pare per espressa richiesta dei nipoti della marchesa d'Urfé. Allora cercò un riparo a Madrid, ove giunse il 19 nov. 1767. Vi si fermò per quasi dieci mesi e anche questa esperienza gli suggerirà pagine molto interessanti e acute di fronte a quella civiltà "chiusa" e bigotta. E ne veniva confermato un suo illuminante assioma, cioè che girare per il mondo era l'unico modo per conoscere veramente la varietà degli uomini e dei costumi. Anche qui ebbe naturalmente le sue avventure, se pure, col passare degli anni, è già avvertibile un progressivo (e quanto sofferto) appannamento degli impeti giovanili. Dovette inoltre pagare le conseguenze delle sue solite imprudenzea Madrid fu arrestato per porto d'armi non autorizzato, ma se la cavò dopo un paio di giorni. Ben di peggio gli sarebbe capitato se fosse stato veramente implicato, come fu sostenuto da qualcuno, nell'assassinio di uno spagnolo e nell'occultamento del cadavere. A Barcellona non seppe resistere ad una infatuazione per l'amante del capitano generale della Catalogna, onde finì in prigione nella torre per un mese e mezzo, e poi fu espulso dalla regione. Si era anche inimicato col conte Manucci (Manuzzi), segretario dell'ambasciata veneziana a Madrid, onde non gli restò che riprendere la via della Francia. Colpito da una grave pleurite, dovette fermarsi ad Aix-en-Provence durante il carnevale del 1769. Ma una volta guarito, prolungò il soggiorno per alcuni mesi, occupato soprattutto, in quell'ambiente tranquillo, a portare a termine un'opera storica a cui lavorava da tempo: Confutazione della storia del Governo Veneto d'Amelot de la Houssaie. Per pubblicarla si recò a Lugano, ove l'opera uscì in tre tomi entro lo stesso anno.
Abraham Nicolas d'Amelot de la Houssaye era stato segretario dell'ambasciata francese a Venezia dal 1669 al 1671, e poi a Parigi aveva pubblicato nel 1676 l'Histoire du gouvernement de Venise, un'opera piuttosto malevola e piena d'inesattezze, che suscitò l'indignazione della Serenissima, tanto che l'autore fu rinchiuso nella Bastiglia. Ma era trascorso ormai quasi un secolo e quella querelle era cosa sepolta, anche se l'opera dell'Amelot era ancora una diffusa fonte d'informazione sulla costituzione e la politica veneziana. Il C. non fu mosso a confutarla da un interesse storico, ma da una precisa motivazione soggettiva, in quanto contava di guadagnarsi in tal modo la benevolenza degli inquisitori e ottenere la grazia del ritorno. Lo stesso andamento rivela la genesi astorica di quest'opera e la spinta "passionale" che muove l'autore, il quale, riprendendo le affermazioni del diplomatico francese, le ribatte piuttosto pedantescamente, soffermandosi su questioni spesso marginali e dilagando in divagazioni erudite del tutto sproporzionate. Il suo dire, è più travolgente che persuasivo, più brillante che preciso. Le prime due parti si chiudono con un Discorso sul suicidio contro l'opinione di Voltaire. La terza parte s'intitola: Supplimento all'opera intitolata Confutazione ecc., in cui il C. risponde alle critiche in merito alle sue affermazioni sul pensiero di Voltaire (la sua animosità verso il filosofo francese affiora continuamente in tutta l'opera); inoltre ribatte certe impressioni su Venezia dell'abate Richard.
Il C. che spende il suo tempo in un simile lavoro ci appare ben diverso da quello che conoscevamo: invero la prima fase della sua vita, all'insegna dell'amore e dell'avventura, sta per concludersi, mentre si apre la fase successiva, che lo vedrà per lo più impegnato in fatiche letterarie o in attività d'altro genere. A tal riguardo puo apparire emblematico l'incontro ch'egli ebbe in quei mesi a Lugano con una sua antica fiamma, la quale rivedendolo dopo un certo tempo gli disse che non aveva più "l'aria di giovinezza" di una volta.
 
Alla fine del 1769 egli torna in Italia, portandosi successivamente a Livorno, Napoli, Salerno e Roma, e poi a Firenze e Bologna, sempre sperando in una sistemazione che lo sollevi dalle più urgenti necessità economiche. Solo per guadagnarci qualcosa, pubblicò a Bologna, nel 1772, un curioso opuscolo: Lana caprina. Epistola di un licantropo, in cui, con molto spirito e dimostrando una certa competenza medica, polemizza con gli anonimi autori di due recenti scritti, negando che il comportamento della donna sia condizionato dai supposti sommovimenti dell'utero. Sono anni di attesa: il suo unico sogno è ora quello di poter rientrare in patria. Quindi, accogliendo il consiglio dei suoi nobili amici Marco Dandolo e Pietro Zaguri, si trasferisce a Trieste, nell'ottobre di quell'anno. Qui poteva contare sulla protezione del console veneziano Marco de' Monti ed ebbe modo di rendersi utile alla Repubblica, riuscendo, tra l'altro, a convincere il governatore austriaco ad adoperarsi affinché il servizio postale Trieste-Venezia toccasse anche Udine. Ma fu particolarmente apprezzata e ricompensata la sua discreta opera di mediazione tra il governo austriaco e Venezia, che contribuì a mantenere cordiali le loro relazioni. Fece un viaggio a Gorizia, ove si fermò per alcune settimane, quindi tornò a Trieste. Frequentava la società, ma alle donne e al gioco si concedeva con prudenza: "Avevo l'età in cui l'uomo comincia a temporeggiare". Dedicava molte ore ai suoi progetti letterari, in particolare stava attendendo alla stesura della Istoria delle turbolenze della Polonia dalla morte di Elisabetta Petrowna fino alla pace fra la Russia e la Porta Ottomana, di cui era iniziata la pubblicazione presso l'editore De' Valeri di Gorizia. Di quest'opera incompiuta si conoscevano solo i primi tre volumi, pubblicati nel 1774; ma di recente Giampiero Bozzolato ne ha ritrovato e pubblicato il quarto.
A questo punto si arrestano le Memorie, onde per l'ultimo trentennio della sua vita ci si deve avvalere di altre fonti e testimonianze varie, in particolare del ricco epistolario, dei suoi numerosi scritti e delle molte carte ritrovate nell'archivio di Dux. Mentr'era a Trieste, il 10 sett. 1774 gli fu comunicata la tanto s ospirata grazia e il successivo 14 il C. poteva rivedere Venezia dopo diciott'anni di lontananza. Ufficialmente il perdono degli inquisitori gli era stato accordato per le benemerenze acquisite con la Confutazione e per i recenti servizi resi alla Repubblica. Trovò una Venezia cambiata e i vecchi amici scomparsi o poco disposti ad aiutarlo: ora egli era qualcosa come un sorvegliato speciale, che non poteva permettersi imprudenze. Era libero, ma con pochi mezzi, e le possibilità di impiego apparivano scarse o inaccettabili, come quelle di collaborare alle Efemeridi letterarie di Roma dell'abate Ceruti o di diventare l'agente del langravio di Assia-Kassel. Non gli restava che riprendere la penna ed impegnarsi in imprese editoriali precarie. Iniziò con la traduzione dell'Iliade, di cui il primo volume uscì a Venezia nel 1775.
 
Anche questa è un'opera incompiuta; infatti, dopo il primo volume (che comprendeva i primi cinque canti), ne uscì un secondo nel 1776 (con i canti dal VI al XII) e un terzo nel 1778 (dal XIII al XVII). Gli associati all'opera erano stati trecentotrentanove - e i nomi, italiani e stranieri che vi s'incontrano dimostrano il credito che gli si faceva -, ma non erano bastanti per poter compire l'impresa. Il C. non conosceva il greco e quindi il suo lavoro è condotto sulla versione latina. Il Teza ne ha dato un giudizio fortemente negativo: si tratterebbe soltanto di una laboriosa compilazione sul lavoro di altri interpreti, neppure riscattata dalla medicrità dei versi. È interessante rilevare che a Dux, dove si trova ancora inedito il canto XVIII, il Ravà ha trovato alcuni canti di una versione manoscritta in veneziano della stessa Iliade, che a quanto pare sarebbe precedente a quella in lingua.
Nel 1776, per risolvere in qualche modo la sua critica situazione, ma certo anche per ingraziarsi gl'inquisitori, divenne un loro "confidente" col nome di Antonio Pratolini. Dapprima fu utilizzato saltuariamente e solo dal 7 ott. 1780 ne ricevette l'incarico ufficiale col compenso di 15 ducati mensili. Da una scrittura del 28 ottobre di quell'anno apprendiamo che egli s'impegnava a fermare le sue "viste" su quattro punti: la religione, i costumi, la sicurezza pubblica, il commercio e le manifatture. Per questo lavoro egli dovette recarsi una volta a Trieste per riferire sui ventilati progetti austriaci sul porto di Fiume; e altra volta gli fu affidata la sorveglianza del console romano Agostino Del Bene, i cui maneggi apparivano poco chiari agl'inquisitori. Il C. lo seguì in un viaggio di tre settimane in Romagna, ma poi in verità ebbe ben poco da riferire nel suo rapporto. Nell'Archivio di Stato di Venezia (Inquisitori di Stato, b. 565) si trovano una cinquantina di "riferte" di sua mano, ma nessuna di particolare rilievo.
L'atteggiamento è quello del suddito zelante e del cristiano timorato, per cui si leggono, non senza meraviglia, certe sue moralistiche denunce, come nella "riferta" del 1º dic. 1776:"Non vidi ne' Teatri eccessive licenze o scandali degni di essere riferiti alla sapienza di VV. EE., ma ne scoprii bensì d'importanti nel Teatro a San Cassiano aperto sei giorni fa. Donne di mala vita e giovinotti prostituiti commettono ne' palchi in quarto ordine que' delitti che il governo, soffrendoli, vuole almeno che non sieno esposti all'altrui vista. Così avviene dopo l'opera. Un provido comando, che il Teatro non debba rimanere oscuro se non dopo che tutti sieno usciti da' palchi potrebbe essere un facile rimedio ad una parte di questo male. Quegli uomini che hanno l'incombenza di visitare i palchi dopo terminata la rappresentazione, potrebbero eccitare ad uscirne quelli de' quali la soverchia dimora può facilmente essere sospettata".
 
Nel 1777, in casa di Bernardo Memmo, il C. conobbe l'abate Lorenzo Da Ponte, il quale, giovane e brillante, accentrava su di sé l'attenzione della conversazione. La prevedibile reazione del C. viene così rievocata dal Da Ponte nelle sue Memorie:"Poco tempo prima che io partissi da Venezia, una controversia frivolissima di prosodia latina me l'inimicò. Quest'uomo bizzarro non voleva mai aver torto" (1918, I, p. 181). Poi, nel giugno del 1778, il C. incontrava un famoso avventuriero, il conte di Cagliostro, il quale era giunto a Venezia in incognito con la bellissima moglie Serafina. Li aveva già conosciuti nel 1769, a Aix-en-Provence, quando l'avventuriero palermitano versava in condizioni economiche assai critiche. Ora invece era in piena ascesa e la sua fama di mago e profeta accese di curiosità molti veneziani. Il C. si prestò a far loro da guida e, sentendo il Cagliostro parlare in modo sprezzante della religione, lo consigliò di evitare di fermarsi a Roma. "Se mi avesse creduto - scriverà poi - non sarebbe morto nel forte di San Leo" (Storia della mia vita, a cura di P. Chiara, VI, p. 612).
Nell'estate del 1779, mentre era in cura ad Abano, il C. riprese la penna e scrisse l'opuscolo: Scrutinio del libro: Eloges de M. de Voltaire par differens auteurs.
Dedicato al doge Paolo Renier, questo è un vero e proprio libello, in cui lo scrittore francese, morto l'anno precedente, ma della cui scomparsa era ancora molto vivo il rimpianto, viene aspramente criticato. Il C. segue passo passo i tradizionali elogi letti all'Accademia francese dal suo successore, Jean-François Ducis, e dal direttore della stessa, l'abate di Radonvilliers, ribattendoli su ogni punto con tanta animosità da sortire l'effetto opposto.
Ma la letteratura per lui non era solo un mezzo per sopravvivere o per polemizzare, ma un'autentica ambizione. Se ha scritto tanto, e di argomenti tanto vari, lo ha fatto anche perché voleva legare il suo nome non solo alla sua fama di avventuriero, ma anche alle qualità della sua cultura e del suo ingegno. Tra le sue carte inedite si è trovato scritto: "...voglio che il pubblico sappia che quell'io che fè tanto parlar l'Europa per imbrogli, fughe, e duelli, si meschia anche di scrivere" (cfr. Ravà, La musa dialett., p. 291).
 
L'urgenza di guadagnare denaro lo spinse nel 1780 a farsi editore. Aveva ideato un periodico mensile, Opuscolimiscellanei, il cui primo numero uscì in gennaio e l'ultimo, il settimo, in luglio. Vi inserì un po' di tutto, da un romanzetto epistolare ad ampi estratti della Istoria delle turbolenze della Polonia, dissertazioni politiche, filosofiche e di filosofia sociale, il già ricordato saggio autobiografico Il duello, ed altro ancora. Fu certo un gravoso impegno, ma economicamente fu un fallimento e dovette interromperne la pubblicazione.
Non si perse d'animo, anzi poco dopo ritenne di aver trovato la strada giusta, lui figlio di attori e grande attore in ogni momento della sua vita, improvvisandosi impresario teatrale. Infatti nell'autunno di quell'anno il C., dopo aver rinunciato ad andare fino a Parigi, ripiegò sull'idea di recarsi a Firenze per scritturare la compagnia francese capeggiata da Madame Clairmonde. La sua ambizione era di istituire a Venezia un teatro della Commedia Francese, sul modello di quella Comédie Italienne che a Parigi aveva avuto tanto successo. Le rappresentazioni iniziarono al teatro di S. Angelo il 7 ott. 1780, con la Zaïre di Voltaire, e durarono fino a tutto il carnevale del 1781. Il C., aiutato dal socio Bottari, fece di tutto per sostenere l'iniziativa, in particolare pubblicando un giornaletto in francese, ampollosamente intitolato Le Messager de Thalie, sul quale veniva presentando gli spettacoli in programma per ciascuna settimana (ne uscirono undici numeri). Alla fine però il bilancio fu nettamente passivo, per il fatto che il pubblico veneziano aveva esaurito la sua curiosità con le prime recite.
 
Sempre più critica quindi si faceva la sua situazione, aggravandosi poi maggiormente da quando si era unito alla giovane popolana Francesca Bruschini, addossandosi anche il peso dei suoi familiari. Infine riuscì a farsi assumere come segretario del marchese Carlo Spinola, diplomatico genovese. Gli sembrò una fortuna, invece sarà la sua definitiva rovina. Infatti, essendosi accordato con un certo conte Carletti per fargli ottenere quei 250 ducati di cui costui era creditore nei riguardi dello Spinola e non avendone ricevuto la percentuale pattuita, ne derivò una furibonda lite in casa di Giovan Carlo Grimani. Il C., offeso e umiliato dal Carletti e dal Grimani, non reagì subito alla provocazione, ma affidò la sua vendetta ad un opuscolo satirico, Né amori né donne, ovvero La stalla ripulita, dato alle stampe nell'estate del 1782.
Vi si racconta che Anfitrione (Michiel Grimani), prima di sposare Alcmena (Pisana Giustinian Lolin), aveva avuto da Giocasta (Zanetta Casanova) un figlio di nome Econeone (il C.); poi Alcinena, divenuta sposa di Anfitrione, aveva messo al mondo, ma per opera di Giove (Sebastiano Grimani), un figlio, Ercole (Giovan Carlo Grimani). Di conseguenza Econeone ed Ercole erano entrambi dei bastardi, ma il primo, essendo figlio di Anfitrione, era quello che poteva vantare maggiori diritti sull'eredità paterna. L'identificazione dei personaggi mitologici è dovuta ad un anonimo contemporaneo, che ha raccontato la vicenda in una scrittura che si è rinvenuta in una delle copie dell'edizione originale (ora presso la Biblioteca Querini Stampalia, coll. 1 E 1636).
I contemporanei non ebbero difficoltà a scoprire chi si nascondeva dietro il velame mitologico e sul capo dell'incauto C. si scatenò una violentissima reazione. Era troppo tardi per rimediare ad una imprudenza assolutamente imperdonabile, così che il C., su consiglio del procuratore Morosini, se n'andò a Trieste per un mese. Poi, dopo una breve sosta sulla laguna per riordinare le sue cose, si rifugiò a Vienna per qualche tempo. Nel giugno 1783 rivide Venezia, solo per poche ore, per l'ultima volta; quindi riprese la sua vita nomade, ma questa volta, giunto alle soglie dei sessant'anni, lo accompagnavano prospettive molto oscure. Girovagò per la Germania e l'Olanda, poi pensò di tentare ancora una volta la fortuna a Parigi, ma come l'esperienza gli aveva già insegnato la fortuna è "amica esclusiva della giovinezza". Riparò quindi a Vienna, ove venne in suo soccorso l'ambasciatore veneziano Sebastiano Foscarini, che lo assunse come segretario nel febbraio 1784. In tale veste si prodigò, tra l'altro, con articoli sull'Osservatore triestino e con vari opuscoli, a difendere il buon nome della Repubblica di Venezia nella vertenza con l'Olanda, in merito ai risarcimenti richiesti per i danni patiti da due negozianti olandesi, raggirati dai fratelli Zanowitsch, due avventurieri originari dell'Albania veneta.
A Vienna il C. rivide il Da Ponte e divennero amici, tanto che pare che il veneziano abbia in qualche modo collaborato alla preparazione del libretto del Don Giovanni per Mozart. Purtroppo nell'aprile 1785 moriva il Foscarini ed egli si ritrovò nuovamente senza impiego e senza denari. Ricorse allora al conte Giuseppe Carlo di Waldstein, maestro di camera di Giuseppe II, che aveva conosciuto in casa dell'ambasciatore veneziano. Il conte gli rinnovò l'offerta di ricoprire il posto di bibliotecario nel suo castello di Dux (Duchcov) presso Teplice, in Boemia, con uno stipendio annuo di 1.000 fiorini. Questa volta il C., se pure a malincuore, accettò.
 
Dell'ultimo, tristissimo, periodo della sua vita abbiamo diverse testimonianze e ci soccorre la copiosa corrispondenza. Noia, malinconia, ribellione gli invadono lo spirito. Reagisce malamente all'isolamento, come pure al pessimo clima e alla cattiveria persecutoria del personale del castello (si vedano le lettere al maggiordomo). Ogni tanto si allontanava per brevi viaggi, a Praga, a Dresda o a Berlino, soprattutto per curare la stampa di alcune sue opere. Trovava sollievo solo nei vivaci rapporti epistolari con amici vecchi e nuovi, e nell'instancabile impegno letterario. In particolare lo scrivere fu la sua maggior risorsa per combattere lo spettro della deprecata vecchiaia e i continui malanni, fisici e psicologici, che essa portava con sé.
Nell'archivio di Dux, raccolte in buste e in fascicoli, vi sono molte carte inedite, appunti, note, abbozzi, disegni, ecc. sui più svariati argomenti (vedi il catalogo pubblicato dal Mahler e l'articolo di A. Ravà, Studi casanoviani a Dux, in Marzocco, 18 sett. 1910). Delle opere portate a termine in questi anni sono da ricordare, oltre alla già citata Histoire de ma fuite, l'opuscolo Soliloque d'un penseur (Praga 1786), violenta requisitoria contro l'impostura, in generale, e contro il Cagliostro in particolare; Jcosameron ou Histoire d'Edouard et d'Elisabeth (Praga 1788), un romanzo utopistico in ben cinque volumi, ambientato nel felice regno dei Megamicri, in cui il C. sfoggia senza ordine né misura la sua traboccante erudizione enciclopedica, ribadendo una concezione etica e sociale decisamente conservatrice; A Leonard Snetlage (Dresda 1797), una specie di trattato di lessicografia francese; e alcuni opuscoli sul problema del raddoppiamento del cubo. Ma in questi anni il C. si dedicò soprattutto alla stesura di quell'opera che gli ha assicurato una fama sempiterna, le sue Memorie o, piùesattamente, l'Histoire de ma vie. Vi lavorò in continuazione dal 1790 fino alla fine dei suoi giorni: nei suoi sogni di gloria letteraria e nella compiaciuta rievocazione di una vita intensamente e gioiosamente vissuta riusciva a dimenticare il triste ed oscuro presente. Proprio per questo, anche se inizialmente si proponeva di giungere "jusqu'à l'an 1797", le sue memorie furono interrotte con gli avvenimenti del 1774precedenti al suo ritorno a Venezia. Non era concepibile ch'egli si facesse cronista della propria decadenza. Tuttavia è opinione di alcuni studiosi (Vèze, Guède, Childs) che solo la morte abbia impedito la continuazione dell'opera; mentre secondo altri (Baschet, Uzanne, Curiel) il C. ne avrebbe scritto alcuni capitoli in continuazione al 1774, capitoli che poi dovettero andare dispersi o che egli stesso avrebbe distrutto. Ma sono soltanto delle ipotesi, alle quali si può opporre l'autorevole testimonianza di Aldo Ravà, che nell'accurata ricognizione compiuta nell'archivio di Dux non ha trovato nulla in proposito, ma solo degli appunti che rivelano l'intenzione dell'autore di riscrivere l'ultima parte conosciuta.
Confinato in quello sperduto angolo d'Europa, gli giunsero attenuati gli echi degli eventi rivoluzionari francesi, ch'egli condannò radicalmente. Tra i suoi manoscritti è stato rinvenuto un Raisonnement d'un spectateur sur le bouleversement de Monarchie françoise par la rèvolution du 1789, ove, come anche in altri scritti noti, egli espresse il suo sentimento di aspra opposizione al nuovo verbo rivoluzionario, maledicendo la "maudite révolution" che segnava la scomparsa di un mondo che era stato anche il suo. Poi sopravvenne la caduta della Serenissima, ma l'avvenimento era in qualche modo previsto, e il C. in una lettera del 4 dic. 1797 commentava: "La république étoit malade, et on l'a laissé mourir de langueur pour épargner la médecine qui parût trop chère à l'hideuse avarice et inutile à la lâche prévoyance d'une politique désespérée et immorale". Rancore e nostalgia verso la patria, che fino all'ultimo fu in cima ai suoi pensieri.
 
Il principe di Ligne nei suoi Mémoires ci offre questa testimonianza: "Il passe ainsi cinq ans à s'agiter, se désoler, à gemir surtout de la conquête de son ingrate patrie, et à nous parler de la ligue de Cambrai, et de la gloire de son ancienne et superbe Venise, qui avait résisté à l'Europe et l'Asie" (Paris 1828, IV, pp. 41-42).
Negli ultimi tempi si aggravarono gli acciacchi dell'età, l'ipocondria e la gotta non gli davano requie. Unico conforto la corrispondenza con gli amici, come il conte di Lamberg, l'ispettore Opiz, il conte di Collalto e la candida Cécile de Roggendorff, alla quale dimostrava la superiorità dell'amore spirituale su quello sensuale. L'amico principe di Ligne ci ha tramandato gli ultimi momenti del C.: "Il reçut avec de grands gestes et quelques sentences les Sacraments, et dit: - Grand Dieu, et vous témoins de ma mort, j'ai vécu en philosophe, et je meurs en chrétien" (ibid., p. 42). Era il 4 giugno 1798. Fu sepolto nella vicina chiesetta di S. Barbara, ma la sua tomba non fu più ritrovata.
La fama del C. poggia soprattutto sulle sue Memorie, onde il giudizio su di lui è sempre derivato dalle opinioni che di tempo in tempo si formularono su quest'opera. Opinioni, poi, in buona parte condizionate dalle tormentate vicende editoriali del testo. Infatti, dopo la morte dell'autore, il manoscritto restò inedito per diversi anni, finché nel 1821 Carlo Angiolini, figlio di una nipote del C., lo vendette per 200 talleri all'editore F. A. Brockhaus di Lipsia, il quale a breve distanza ne stampò due diverse edizioni. La prima fu una versione in tedesco, ad opera di W. von Schütz (1822-28); l'altra era l'originale testo francese riveduto da Jean Laforgue (1826-38). Ma entrambe le edizioni, su cui si basarono tutte le seguenti, risultarono fortemente alterate; e se lo Schütz si era limitato ad eliminare alcune parti e a censurarne altre, il Laforgue, oltre a "purgare" le pagine incriminabili, era intervenuto direttamente sul testo, non solo con una profonda revisione del linguaggio casanoviano, ma anche interpolandolo con arbitrari inserti che addirittura stravolgevano il pensiero dell'autore, che vi compariva nelle vesti di un anticlericale e di un giacobino. Soltanto in anni recenti, dopo quasi un secolo e mezzo, è stato pubblicato il testo originale integralmente (Wiesbaden-Paris 1960-62), sul cui fondamento ora è possibile rivedere certi giudizi e modificare certe interpretazioni. La critica ottocentesca ha fatto pesare le sue preclusioni moralistiche e nazionalistiche, per cui il C. poté essere definito un uomo "senza patria e senza coscienza" (Ortolani) e le Memorie un libro di "patologia sociale" (Teza). Nel Novecento, per merito di un'agguerrita schiera di "casanovisti", è stata innanzi tutto documentata la veridicità dell'autobiografia; e poi è stato dimostrato quanto poliedrica fosse la personalità del veneziano, la molteplicità dei suoi interessi, l'ampiezza - pur in ben definiti limiti - della sua cultura, e quindi quanto riduttiva, e comunque poco caratterizzante, fosse la tradizionale etichetta di "avventuriere" o di "libertino". Invero egli si preoccupò soprattutto di vivere, di godere la sua vita senza inibizioni, ma anche con intelligenza e umanità, cogliendo tutte le occasioni offertegli dalla fortuna giorno per giorno. Non fu un don Giovanni, come non fu un Cagliostro; né persuadono i tentativi di un'attribuzione ideologica, quale quella di un C. "sanfedista" (Toffanin) o di un C. "illuminista" (Bozzola). Delle sue autentiche qualità di scrittore, in italiano e in francese, si potrà dare ora un giudizio più dettagliato, ma ci sembra indubbio che nella cospicua varietà e quantità dei suoi scritti i più vivi e stilisticamente godibili siano quelli autobiografici e quelli di matrice polemica o satirica. Secondo alcuni studiosi il C. fu un protagonista del suo tempo: ci pare piuttosto ch'egli sia stato un personaggio esemplare, nelle sue "virtù" come nelle sue contraddizioni, di quell'età e di quella società che s'identificano con l'"Ancien Régime".
 

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