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Biografia approfondita Renzo De Felice

Biografia approfondita

DE FELICE, Renzo
Nacque l’8 aprile 1929 a Rieti, figlio unico di Vittorio e Giuseppina Bonelli. La madre era originaria di San Marino, il padre, un funzionario delle dogane, era stato volontario e ufficiale di complemento nella Grande guerra, da cui gli rimase una grave invalidità permanente causata dai gas, e di nuovo volontario nella seconda guerra mondiale. A Roma, De Felice frequentò il liceo classico Goffredo Mameli, ma il suo corso scolastico fu tutt’altro che brillante: infatti, fu ripetutamente rimandato in varie materie e bocciato due volte alla maturità, conseguita infine da privatista nell’anno scolastico 1948-1949 presso il liceo classico Marco Terenzio Varrone a Rieti.
Fin dagli ultimi anni del liceo sviluppò una forte curiosità per la storia, anche se all’università per volontà del padre dovette inizialmente iscriversi, a La Sapienza di Roma, alla facoltà di giurisprudenza e non a lettere, come invece avrebbe voluto. A giurisprudenza sostenne pochi esami, e l’anno successivo ottenne l’iscrizione al secondo anno di filosofia: «scelsi filosofia – raccontò più tardi – sia per evitare il terribile esame scritto di latino con Paratore, sia per la convinzione molto diffusa tra quelli come me che si consideravano marxisti che una preparazione filosofica fosse premessa indispensabile al genere di studi che mi accingevo a intraprendere» (La scuola di Croce. Testimonianze sull’Istituto italiano per gli studi storici, a cura di E. Romeo, Bologna 1992, p. 241).
 
MILITANZA POLITICA ED ESORDIO STORIOGRAFICO
Nel primo anno di università iniziò anche la militanza politica nel Partito comunista, ma con tendenza trotzkista. Partecipò a scontri con studenti neofascisti, nel 1950 fu fermato dalla Questura di Roma nel corso di una manifestazione contro la bomba atomica e, ancora nel giugno 1952, fu arrestato per alcuni giorni perché aveva tentato di lanciare manifestini non autorizzati che contestavano la visita a Roma del generale americano Matthew Ridgway, comandante delle forze NATO (North Atlantic Treaty Organization) in Europa: dell’episodio ci fu un’eco in Parlamento, durante un dibattito fra Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi.
Nello stesso periodo, De Felice si impegnò negli studi storici, frequentando le lezioni e i seminari di Federico Chabod, docente di storia moderna. L’incontro con lo studioso valdostano, all’epoca considerato il maggior storico italiano della sua generazione, fu decisivo per la sua formazione in questo campo. Si laureò con lode il 16 novembre 1954, discutendo la tesi Correnti di pensiero politico nella prima repubblica romana, preparata sotto la guida di Chabod. Ancor prima di laurearsi, su invito dello stesso professore, pubblicò il suo primo saggio, Gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-99 (Rassegna storica del Risorgimento, XL (1953), pp. 327-356), al quale seguirono una recensione a un libro dello storico James W. Parker, Il problema ebraico nel mondo contemporaneo (in Società, IX (1953), pp. 438-443) e una recensione alla Storia socialista della rivoluzione francese di Jean Jaurès (in Incontri oggi, dicembre 1953, p. 33).
L’ebraismo e la rivoluzione francese furono i primi temi storici studiati da De Felice, ai quali si dedicò nei successivi cinque anni. Dal novembre 1955 fu borsista nell’Istituto italiano per gli studi storici, fondato a Napoli da Benedetto Croce e diretto da Chabod. Segretario dell’Istituto era Rosario Romeo, storico trentenne di grande valore, che con Chabod condivideva l’adesione allo storicismo crociano, mentre De Felice e altri studenti dell’Istituto erano allora influenzati dal marxismo e dal pensiero di Antonio Gramsci. Nei suoi primi scritti, De Felice asseriva perentoriamente la matrice economica dei fenomeni politici, religiosi e culturali, e accusava di «incapacità interpretativa» gli storici come Parker che procedevano «dalla religione per spiegare la storia», mentre il «segreto, anche dell’ebraismo, va invece ricercato nella sua vita reale, economica e sociale»; l'antisemitismo, per il marxista De Felice, era solo uno strumento del grande capitale per «stornare il malcontento popolare e i sentimenti anticapitalistici delle masse, canalizzandoli contro il ‘cattivo’ capitalismo ‘parassitario’ degli ebrei» (in Società, IX (1953), pp. 439-441).
Mentre preparava la tesi, conobbe Delio Cantimori, considerato il più autorevole esponente della storiografia marxista in Italia, che ebbe una profonda influenza culturale, intellettuale, morale e umana sul giovane studioso. Nel ricordarlo dopo la sua morte, avvenuta il 13 settembre 1966, De Felice lo definì «il maestro più intimo, quello delle ore difficili, delle incertezze, dei progetti di studio più arditi», pronto a criticare severamente i giovani studiosi che seguiva nelle loro ricerche, ma disponibile anche a stabilire con essi, come avvenne con De Felice, rapporti duraturi che «si trasformavano in un’amicizia personale. In un’amicizia che spesso finiva per vanificare le differenze di età e i termini classici del rapporto maestro-allievo e per diventare un rapporto umano, intimo» (Ricordo di Delio Cantimori, in Il Cannocchiale, 1966, n. 4-6, pp. 87-91).
Per parte sua, Cantimori si affezionò al giovane studioso, che molto stimava per il «suo grande talento di esploratore e di ricercatore, con la sua solida e vasta preparazione, col suo fiuto vivacissimo di indagatore e di intervistatore, con l’acutezza e penetrazione dei particolari invidiati, con l’ardire, che gli è proprio, di cercare la realtà dei fatti e delle azioni e di affrontare argomenti o temi particolarmente ardui, con quella sua profonda e salutare diffidenza critica che lo induce a cercare, anche discendendo tra pubblicazioni quasi iniziatiche e semiclandestine, la realtà delle cose (per esempio, nelle sue ricerche su figure poco piacevoli o gruppi oscuri, come certi pubblicisti acrimoniosi o come certi visionari e ispirati della rivoluzione francese)» (D. Cantimori, Prefazionein R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino 1966, pp. XVI-XVII).
Nel 1956, in seguito alla pubblicazione del rapporto Chruščëv sui crimini dello stalinismo e alla repressione sovietica dei moti popolari in Ungheria, De Felice uscì dal Partito comunista con altri intellettuali, fra i quali Cantimori, e rinunciò definitivamente alla militanza politica, pur collocandosi in un’area socialista democratica, come segretario di redazione della rivista Tempi moderni dell’economia, della politica e della cultura, fra il 1958 e il 1959 e, successivamente, collaborando fino al 1965 alla rivista Il Nuovo osservatore. Nelle due riviste De Felice non si occupò solo di storia, ma anche di problemi contemporanei, relativi soprattutto alla vicenda dei partiti e dei sistemi politici. Nello stesso periodo, collaborò frequentemente al Dizionario biografico degli italiani edito dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana. Queste collaborazioni costituirono per molto tempo l’unica fonte di guadagno del giovane storico, che il 4 aprile 1959 sposò Livia De Ruggiero, figlia dello storico della filosofia Guido: fu don Giuseppe De Luca, erudito, editore e dedito allo studio della storia della pietà, a voler celebrare il matrimonio per l’amicizia che lo legava ai due. Il sacerdote ebbe notevole influenza culturale su De Felice, oltre a essere l’editore dei suoi primi libri: Note e ricerche sugli «illuminati» e il misticismo rivoluzionario 1789-1800, e La vendita dei beni nazionali nella Repubblica romana del 1798-99, pubblicati entrambi nelle romane Edizioni di Storia e Letteratura nel 1960.
 
STORICO DEL GIACOBINISMO E LA CARRIERA ACCADEMICA
Questi due volumi facevano parte di una ricca produzione di ricerche sul misticismo rivoluzionario e sul giacobinismo italiano, pubblicate da De Felice fra il 1955 e il 1965, in cui polemizzava con la storiografia che rappresentava il giacobinismo come «un’Idra dalle mille teste e dalle mille forme» e che era però incapace di coglierne la complessità (Giacobini italiani, in Società, XII (1956), pp. 883-896). Per De Felice, il giacobinismo era un movimento politico, sociale, psicologico e religioso; l’espressione più radicale del democraticismo rivoluzionario, animato da una fede nella rivoluzione come totale rigenerazione del genere umano, mosso da un fervore religioso tendente a istituire un nuovo culto laico, che mirava a realizzare una repubblica egalitaria, attraverso il terrore e la propaganda popolare.
Gli studi sul giacobinismo fecero apprezzare presto il giovane storico nell’ambiente accademico. Walter Maturi, uno dei maggiori studiosi del Risorgimento, così lo descriveva nel 1960: «Il De Felice ha molto mordente critico ed è intransigente come un domenicano. Guai se qualcuno si permette di chiamare giacobino un Tizio che non abbia quei quattro connotati: è fulminato ipso facto. È tale il terrore diffuso dalle sue critiche che oggi gli studiosi più prudenti, quando adoperano il termine giacobino per i patrioti italiani che collaborarono con i francesi nell’epoca della Rivoluzione, o chiedono venia di doverlo fare, allegando l’uso inveterato […] oppure pongono il vocabolo tra virgolette» (Interpretazioni del Risorgimento, Torino 1962, pp. 654-655).
Negli studi sul misticismo rivoluzionario e il giacobinismo apparivano già evidenti gli aspetti fondamentali che caratterizzeranno tutta la storiografia defeliciana: la predilezione per il genere biografico, come metodo di indagine per individuare gli elementi peculiari di un fenomeno collettivo analizzandoli nella concreta esperienza di singoli protagonisti rappresentativi, combinato però allo studio della sensibilità e della mentalità delle masse, dell’opinione pubblica, dei movimenti politici e dei gruppi sociali; l’avversione per le generalizzazioni concettuali e teoriche; l’esigenza di una interpretazione storica basata sulla ricerca documentaria e archivistica; l’attribuzione di dignità storiografica agli aspetti irrazionali dell’esperienza politica, sia individuale sia collettiva; la valorizzazione del contributo delle scienze sociali all’analisi storica; l’insofferenza per il moralismo applicato al giudizio storico e la polemica verso una storiografia ideologica refrattaria alla conoscenza dei fatti nella loro complessità e specificità.
Questi aspetti furono sviluppati con maggior consapevolezza da De Felice dopo lo spostamento dei suoi interessi di ricerca alla storia contemporanea, con nuovi studi intrapresi all’inizio degli anni Sessanta. Dopo l'uscita dei due volumi Aspetti e momenti della vita economica di Roma e del Lazio nei secoli XVIII e XIX (Roma 1965) e Italia giacobina (Napoli 1965), prese definitivamente commiato dalla storia moderna e si inoltrò nella storia del Novecento, attraverso lo studio della storia del fascismo e soprattutto della vita di Mussolini.
Nella biografia di De Felice i primi anni Sessanta furono importanti anche per l'avvio, non senza qualche difficoltà, della sua carriera accademica. Infatti, nonostante la stima che molti nutrivano per la sua opera scientifica e la sua già ricca produzione, nel 1962 gli fu rifiutata la libera docenza in storia moderna, cosa che provocò la pubblica protesta di Cantimori (Cfr. D. Cantimori, Conversando di storia, Bari 1967, pp. 121-122). La ottenne due anni dopo, e su proposta di Rosario Romeo ebbe l’incarico di storia delle dottrine politiche nella facoltà di Magistero a Roma, mentre svolse anche corsi liberi nella facoltà di Lettere come assistente volontario presso la cattedra di storia moderna di cui era titolare Romeo. Nel 1968, vinto il concorso a professore ordinario di storia contemporanea, a testimonianza dello spostamento cronologico intrapreso nelle sue ricerche e pubblicazioni, fu chiamato all’Istituto universitario di Magistero a Salerno e l’anno successivo assunse l’incarico di storia dei partiti politici nella facoltà di Lettere dell’ateneo romano, insegnamento di cui divenne titolare nel 1971. Rimase stabilmente all'università di Roma nei decenni successivi, chiedendo nel 1979 il trasferimento sulla cattedra di storia dei partiti e movimenti politici nella facoltà di Scienze politiche e nel 1986 alla cattedra di Storia contemporanea.
Come docente universitario, De Felice fu prodigo di aiuto nei confronti dei giovani studiosi che riteneva più meritevoli, promuovendo la pubblicazione delle loro opere e seguendoli nella loro carriera accademica. Nel 1970, inoltre, fondò la rivista Storia contemporanea, che diresse per quasi trent’anni, fino alla morte, ospitandovi saggi di storici esordienti e di autori internazionalmente noti, non solo storici, ma anche sociologi, politologi, e storici dell’arte e della letteratura, essendo convinto della fecondità di un approccio interdisciplinare allo studio della storia contemporanea.
 
VERSO LA STORIA DEL FASCISMO: REVISIONE SENZA REVISIONISMO
Di storia contemporanea De Felice si era occupato fin dall’inizio della sua attività di ricerca, soprattutto attraverso gli studi sulla storia dell’ebraismo, partendo dalla rivoluzione francese per giungere all’inizio del novecento. Fu attraverso la storia dell’ebraismo che De Felice intraprese nel 1960 lo studio della storia del fascismo. A indirizzarlo verso questo nuovo campo di ricerca fu non solo la proposta da parte dalla Unione delle comunità israelitiche di scrivere una storia degli ebrei italiani durante il periodo fascista, che si concretizzò nella pubblicazione del volume Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Torino 1961); ma fu anche il turbolento clima politico di quel periodo: nel luglio 1960, quando il partito neofascista Movimento sociale italiano, che aveva dato il suo voto al governo presieduto dal democristiano Ferdinando Tambroni, decise di tenere il congresso nazionale a Genova, città insignita della medaglia d’oro della Resistenza, ci fu in Italia una vasta mobilitazione antifascista con violenti scontri di piazza e la morte di cinque giovani manifestanti, uccisi dalla polizia a Reggio Emilia.
Iniziò allora, fra studiosi di vario orientamento, un dibattito sul fascismo, nel quale De Felice intervenne affermando che «il fascismo, oggi, è inaccettabile non solo in sede morale e religiosa ma anche culturale; se esso ha avuto un significato storico in un determinato momento, oggi – in una diversa situazione culturale – non può più avere neppure questo»; nello stesso tempo, lamentava che la storiografia sul fascismo, «ancora balbettante e ancorata a formulette e giudizi spesso solo politici e moralistici», era incapace di far comprendere quanto «la realtà di questo fenomeno storico sia veramente prismatica e vada studiata e giudicata in tutte le sue componenti e non intesa come qualcosa di unitario»; per questo, auspicava l’avvio di una nuova storiografia capace di porre «la valutazione storica del fascismo su basi nuove e più rigorose» (Fascismo, in Il Nuovo osservatore, novembre 1960, pp. 39-40).
L’anno successivo, nella Introduzione alla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, salutata dalla critica storiografica come la prima ricerca propriamente storica sul periodo fascista, basata su un ampio uso di fonti inedite, De Felice ribadiva che la scarsezza di studi specifici e documentati sul fascismo favoriva le «generalizzazioni assolutamente insostenibili», che impedivano di conoscere «cosa fu veramente il fascismo, di come e perché in certi momenti esso riuscì incontestabilmente a raccogliere attorno a sé la grande maggioranza degli italiani. Il che – a nostro avviso – è nell’attuale instabilissima situazione italiana estremamente rischioso» (p. XXX). Inoltre in numerosi articoli, pubblicati fra il 1961 e il 1963, De Felice denunciò «i sintomi e i rigurgiti antisemiti» riaffioranti nei circoli neofascisti e «la tendenza qualunquistica» a mettere «sullo stesso piano i crimini dei nazi-fascisti e i crimini dei nemici dei nazi-fascisti» (L’ultima maschera, in Rassegna mensile di Israel, 1963, n. 2-3, pp. 62-68).
Nell’accingersi a intraprendere le ricerche sul fascismo De Felice si proponeva una ricostruzione storica ampia e approfondita, resa possibile dall’accesso alla documentazione inedita conservata negli archivi statali. L’esigenza di una revisione critica delle interpretazioni tradizionali era condivisa da studiosi di vario orientamento, come lo storico comunista Enzo Santarelli, il quale auspicava nel 1966 il «maturarsi di una svolta» negli studi sul fascismo, che rendeva necessario il superamento della «generica interpretazione antifascista […] se si vuol cogliere nella sua pienezza ideale e politica, e alla fin fine storica (in un contesto degno del nome) la realtà effettuale e molteplice del fascismo anche solo italiano» (L’interpretazione del fascismo nell’Italia postfascista, in Critica marxista, 1966, n. 5-6, pp. 321-337).
De Felice però precisava che la revisione storica delle tradizionali interpretazioni antifasciste non voleva minimamente «dire rivalutazione, ma solo approfondimento critico di una realtà che tanto ha pesato e per certi aspetti ancora pesa sulla nostra società, di una realtà che affondava le sue radici in problemi e situazioni ad essa precedenti e che in vari casi l’Italia democratica si trova ancor oggi a dover risolvere» (Introduzione, in Il fascismo e i partiti politici italiani. Testimonianze del 1921-1923, San Casciano 1966, p. 7). E ancor più esplicitamente nel 1969 egli escludeva che la nuova storiografia sul fascismo, della quale era già divenuto il principale esponente, potesse «portare a una sorta di “revisionismo storiografico”», a «tentare la Rettung, la riabilitazione del fascismo e del suo capo»: «ciò che muove la nuova storiografia non è la ricerca di assurdi revisionismi, ma solo la volontà di una approfondita riflessione sul significato più sostanziale di quasi mezzo secolo di storia recente italiana; di una riflessione, che pur essendo intimamente e necessariamente legata alla realtà del nostro tempo e ai valori morali e politici che ad esso presiedono e che hanno la loro radice nell’antifascismo, non persegua finalità polemiche e politiche che non competono allo storico» (Le interpretazioni del fascismo, Bari 1969, pp. 211-214).
 
BIOGRAFO DI MUSSOLINI
Nel quadro del suo interesse per il fascismo, nel 1965 uscì il primo volume della biografia di Mussolini scritta da De Felice, intitolato Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Torino 1965): nei successivi trent’anni, furono pubblicati altri quattro volumi, suddivisi in più tomi: Mussolini il fascista, I, La conquista del potere (1921-1925) (1967); Mussolini il fascista, II, L’organizzazione dello Stato fascista (1925-1929) (1968); Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso (1929-1936) (1974); Mussolini il duce, II, Lo Stato totalitario (1936-1940) (1981); Mussolini l’alleato (1940-1945), I, L’Italia in guerra (1940-1943), 1, Dalla guerra “breve” alla guerra lunga (1990a); 2, Crisi e agonia del regime (1990b). L’ultimo volume Mussolini l’alleato (1940-1945), II, La guerra civile 1943-1945, fu pubblicato postumo a cura della moglie nel 1997.
La biografia mussoliniana di De Felice è un’opera che ha pochi riscontri nella storiografia italiana e internazionale per la mole (6284 pagine), per la quantità di documenti inediti sui quali si basa, reperiti in archivi pubblici e privati; per l’ampiezza dei temi trattati, che vanno oltre la vita di Mussolini per abbracciare la storia del fascismo e degli italiani; e, infine, per le polemiche che ha provocato nel corso degli anni, che hanno riguardato sia l'impianto complessivo che aspetti particolari dell'opera.
Scritta nell’arco di un trentennio, talvolta con lunghi intervalli fra un volume e l’altro, la biografia ricostruisce soprattutto l’azione politica di Mussolini, con notizie essenziali sulle vicende private, dando ampio spazio all’analisi psicologica della sua personalità, per comprendere i moventi, i propositi e gli scopi del suo comportamento e delle sue scelte, attraverso i successivi periodi di una complessa e contraddittoria esperienza politica, esemplificata da De Felice nei titoli stessi dei singoli volumi: il rivoluzionario, il fascista, il duce, l’alleato.
Mussolini, affermava De Felice nell’Introduzione al primo volume, fu un «notevole uomo politico» ma «ebbe ben poco del vero uomo di Stato», perché «in tutti i momenti nodali della sua vita gli mancò la capacità di decidere, tanto che si potrebbe dire che tutte le decisioni più importanti o gli furono praticamente imposte dalle circostanze o le prese tatticamente, per gradi, adeguandosi alla realtà esterna» (De Felice, 1965, p. XXIII). Il tatticismo mussoliniano, derivava da «un miscuglio di personalismo, di scetticismo, di diffidenza, di sicurezza in se stesso e al tempo stesso di sfiducia nell’intrinseco valore di ogni atto»; il duce «non ebbe mai la tempra del realizzatore, non diciamo di una nuova società, ma neppure di un nuovo Stato», perché «più che un grande politico creatore, Mussolini è stato un distruttore» (De Felice, 1967, pp. 472, 537, 462-465). Trattando il periodo fra il 1929 e il 1936, quando il successo e il mito mussoliniano raggiunsero l’apogeo con la conquista dell’impero d’Etiopia, De Felice definì quel periodo «gli anni del consenso», ma precisava che si trattava di un consenso «largamente superficiale, passivo» per la maggioranza degli italiani, e non si trasformò mai, neppure nei momenti di maggior successo per il regime, in un «consenso attivo», il quale «per esser veramente tale, ha bisogno di partecipazione politica, di effettivo spirito critico, di vera informazione. Tutte cose che a questo consenso – nonostante il mito del “duce” – mancavano» (De Felice, 1974, pp. 215-217).
Ma anche per questo periodo, De Felice ribadiva che nel duce «raramente è documentabile uno sforzo di elaborazione di una linea proiettata sui tempi lunghi e con finalità non meramente contingenti», perché «tutte le iniziative politiche di qualche importanza appaiono prese quasi all’improvviso, senza un’adeguata preparazione, quasi frutto di decisioni repentine, spesso rese possibili da circostanze contingenti» (ibid., pp. 23-24). Nel volume riguardante il periodo dalla guerra d’Etiopia all’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, gli «anni di crisi del regime fascista», il giudizio sulla figura storica di Mussolini era formulato in termini definitivi: «Anche se fu mosso da “grandi” ideali, anche se occupò un grande posto ed ebbe grandi responsabilità nelle vicende che portarono alla seconda guerra mondiale, Mussolini non fu un grande, neppure un “grande distruttore puro”», perché alla fine rimase prigioniero e vittima del mito di sé che lui stesso aveva costruito e alimentato, facendone il perno fondamentale del regime fascista, fino a identificare il destino della nazione con il destino del propri mito (De Felice, 1981, p. 330). Inoltre, De Felice dimostrava che dietro la facciata del consenso entusiasta al mito del duce, vi era il «guasto morale» prodotto dal regime fascista nella società italiana, cioè «la smoralizzazione della vita», una «sempre più marcata ed effettiva spoliticizzazione della società» sotto «la parvenza di una estrema politicizzazione di massa», una «altrettanto marcata parcellizzazione e dispersione delle forze sociali (e dunque della loro potenzialità di agire politicamente entro il regime) in tante realtà particolari ognuna chiusa in se stessa» (ibid., pp. 219-221).
 
DALLA GUERRA PARALLELA ALLA GUERRA CIVILE
Nella ricostruzione dell’azione politica mussoliniana dalla conquista dell’impero alla caduta del regime, De Felice dimostrò con ampia documentazione che il duce ebbe lui solo la responsabilità delle scelte politiche, interne e internazionali, che scandirono gli ultimi sei anni della sua vita politica, coinvolgendo l’intera nazione nel suo destino personale: la legislazione razzista e antisemita nell’ottobre 1938, l’annessione armata dell’Albania il 6 aprile e l’alleanza con la Germania nazionalsocialista il 22 maggio 1939, e, infine, l’entrata nel secondo conflitto mondiale il 10 giugno 1940, dopo nove mesi di oscillante 'non belligeranza'. La partecipazione alla guerra, iniziata come una sorta di 'guerra parallela', fu subito disastrosa, perché dopo il fallimento della guerra alla Grecia, iniziata il 28 ottobre 1940, il duce fu costretto a chiedere aiuto militare a Hitler, trasformando così la 'guerra parallela' in una sorta di 'guerra vassalla', che subordinò definitivamente la sorte di Mussolini, del regime fascista e dell’Italia, alla sorte di Hitler e della Germania nazista.
Alle indiscutibili e predominanti responsabilità del duce, De Felice però aggiungeva, nella valutazione storica delle cause della catastrofe militare e della «crisi e agonia del regime fascista», le responsabilità di tutte «le altre componenti della classe dirigente» (De Felice, 1990a, p. 4), dal sovrano alle gerarchie militari fino a «vasti settori borghesi», incapaci di «porsi seriamente» – lo accettassero o meno – il problema del fascismo, del suo significato, dei suoi possibili sviluppi, del pericolo che poteva costituire per la funzione che essa attribuiva al suo stato nazionale e per i suoi stessi interessi, per la sua egemonia sociale» (De Felice, 1990b, p. 820). Per De Felice, la fine del regime non fu tuttavia soltanto conseguenza della disfatta militare, perché gli «insuccessi e le sconfitte accumulate dalle armi italiane, l’inefficienza da essi rivelata in modo inequivoco resero evidente l’inadeguatezza del regime e l’enorme distanza che separava la sua realtà dalle sue premesse teoriche e da quanto esso era andato proclamando ai quattro venti per anni, misero a nudo la pochezza di larga parte della sua classe dirigente e di molti suoi capi storici» (ibid., p. 868).
La deposizione del duce da capo del governo e il suo arresto, decisi dal re dopo il voto del Gran Consiglio la notte del 25 luglio 1943 e il crollo del regime fascista, furono secondo De Felice la fine della vita politica di «un uomo che da allora alla sua morte fisica non sarebbe stato che l’ombra, il fantasma del Mussolini morto politicamente il 25 luglio». (ibid., p. 1410). E politicamente defunto, Mussolini secondo De Felice lo era anche quando tornò sulla scena politica, come capo del nuovo Stato fascista voluto da Hitler dopo la «catastrofe nazionale dell’8 settembre» e la liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi. Anche se lo storico riteneva che il duce avesse accettato l’imposizione di Hitler per «necessità patriottica», cioè per evitare agli italiani la terribile rappresaglia minacciata dal Fuhrer per vendicarsi del «tradimento» dell’8 settembre, nondimeno De Felice attribuiva unicamente alla decisione mussoliniana di dar vita alla Repubblica sociale italiana la responsabilità della guerra civile: «Posta la questione sul piano dei costi e della conseguenze, è fuor di dubbio che storicamente la bilancia si squilibri irrimediabilmente a tutto svantaggio della decisione mussoliniana. La costituzione della RSI fu infatti all’origine della guerra civile […] che nel 1943-45, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, divise profondamente gli italiani e scavò solchi d’odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana» (De Felice, 1997, p. 69).
 
INTERPRETE DEL FASCISMO
Parallela alla ricostruzione della biografia politica di Mussolini si svolse fra il 1965 e il 1996 la riflessione critica di De Felice per giungere a proporre una nuova interpretazione del fascismo come fenomeno italiano e come fenomeno generale del XX secolo. Fin dal 1965, egli espresse la sua convinzione che la storia del fascismo non si identificava con la biografia del suo duce, perché «del fascismo Mussolini fu indubbiamente una componente importantissima; esaurire il fascismo in Mussolini sarebbe però assurdo, sarebbe una schematizzazione che falserebbe tutte le prospettive. Il fascismo – cioè i fascismi ché, nonostante la sua apparente monoliticità e il suo spirito totalitario, il fascismo fu una serie di stratificazioni e nel suo seno, come Gramsci aveva chiaramente intuito, i conflitti di fondo della società italiana, che non potevano più manifestarsi per altre vie, tesero sempre a risorgere – il fascismo, dicevamo, fu molto più che il suo «duce», il quale, anzi, ne fu molto spesso determinato e costretto in posizioni che forse non sarebbero state le sue» (De Felice, 1965, p. XXII). Richiamandosi a una affermazione di Angelo Tasca, uno dei primi storici delle origini del fascismo, De Felice sosteneva che «definire il fascismo è anzitutto scriverne la storia», cioè «ricostruirne la realtà nel tempo e nello spazio» (ibid.).
Nell’elaborazione delle propria interpretazione del fascismo, De Felice fu influenzato in particolare dalla teoria della mobilitazione sociale del sociologo Gino Germani e dalla storiografia culturale dello storico George Mosse. Dal primo derivò la analisi del fascismo come fenomeno di mobilitazione sociale dei ceti medi, soprattutto quelli emergenti, dal secondo l’interpretazione del fascismo come «atteggiamento verso la vita». Inoltre, De Felice sosteneva che per comprendere la realtà storica dei «veri fascismi e in particolare quello italiano e quello tedesco» non si poteva «prescindere dalla loro forma totalitaria» e dal «carattere indubbiamente rivoluzionario che il fascismo ebbe» (Introduzione, in Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Bari 1970, p. XXVII). Per De Felice, il fascismo, sorto come violenta reazione di classe contro la mobilitazione del proletariato organizzato dai partiti marxisti, fu un fenomeno rivoluzionario di destra, che coinvolse soprattutto i ceti medi e si distinse dagli altri regimi autoritari perché tese «a creare nelle masse la sensazione di essere sempre mobilitate, di avere un rapporto diretto col capo (tale perché capace di farsi interprete e traduttore in atto delle loro aspirazioni) e di partecipare e contribuire non ad una mera restaurazione di un ordine sociale [...] bensì ad una rivoluzione dalla quale sarebbe gradualmente nato un nuovo ordine sociale migliore e più giusto di quello preesistente» (ibid., p. XVI).
La peculiarità fondamentale del fenomeno fascista, secondo De Felice, consisteva in uno stato d’animo, proprio della situazione prodotta dalla Grande Guerra in Europa, che si manifestò con il rifiuto della società esistente, «considerata nel suo complesso un prodotto tutto razionale e, quindi, artificiale, falso e disumanizzante, di una oligarchia», contrapponendo «alla società la comunità, frutto della tradizione, del sentimento, della spontaneità, della volontà, del "cameratismo" degli uomini (ovvero della razza, nel caso della Germania) e alla  gerarchia dello status sociale, posta a fondamento della società, la gerarchia delle funzioni, che negava ogni altra gerarchia, compresa quella del numero e cioè la democrazia» comprese le sue derivazioni e «correzioni socialistiche. A essere messo in discussione era così l’intero “sistema liberale”» (Il fenomeno fascista, in Storia contemporanea, 1979, n. 4, p. 628).
Nel corso dell’elaborazione della sua interpretazione del fascismo italiano, De Felice rimase incerto e contraddittorio sul carattere totalitario del regime, pur considerando il totalitarismo elemento essenziale del fenomeno fascista. In un primo tempo, egli condivise il giudizio di Hanna Arendt, la quale, sebbene sprovvista di adeguata conoscenza dell'esperienza italiana (cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, Roma 2007, pp. 315-339), aveva definito il regime fascista una comune dittatura nazionalista tradizionale, fino al 1938. Nel corso degli anni, tuttavia, De Felice mutò il suo giudizio: considerando i risultati delle nuove ricerche storiche sull’ideologia, la cultura, il partito e il processo di costruzione dello Stato fascista, nel 1988 giunse ad affermare che «una cosa dovrà risultare chiaramente dall’esito di queste ricerche: il fascismo italiano può essere considerato come un regime totalitario e negare questa realtà sarebbe non solo moralmente e politicamente errato, ma la renderebbe storicamente incomprensibile» (Introduzione a Le fascisme. Un totalitarisme à l’italienne?, Paris 1988, p. 32). Tuttavia, in mancanza di una autonoma riflessione di De Felice sul problema del totalitarismo e sul suo significato storico e teorico, il suo giudizio sul totalitarismo fascista, almeno nelle sedi propriamente storiografiche in cui lo espresse, rimase contraddittorio e oscillante, tanto che nel 1990 egli affermò che alla vigilia della seconda guerra mondiale era il regime totalitario che «meno aveva proceduto sulla strada di una compiuta totalitarizzazione dello Stato e della società», anche se attribuiva a Mussolini la decisione di una «svolta totalitaria» dopo la guerra d’Etiopia, che avrebbe così mosso «vari passi su quella che considerava, diciamo così, la via fascista al totalitarismo, una via diversa da quelle nazista e bolscevica, ma che avrebbe dovuto produrre effetti in buona parte diversi e il risultato finale consono – a suo dire – all’altezza della civiltà e della “missione” dell’Italia» (De Felice, 1990b, p. 973).
 
IL PERSONAGGIO DELLE POLEMICHE
Come si è accennato, la biografia mussoliniana di De Felice fu accompagnata da costanti polemiche, con echi anche internazionali, da parte di storici che lo accusarono di mirare alla riabilitazione del duce e del fascismo, che sarebbe stata nascosta la facciata dell’imponente documentazione archivistica, utile a dimostrare che la sua era una storiografia non ideologica. Già dal 1967, quando uscì il secondo volume della biografia mussoliniana, Ernesto Rossi incolpò De Felice di «procedere ad una benevola riabilitazione del “duce” e dei suoi maggiori complici» (E. Rossi, Il “biancone” storiografico, in Astrolabio, 15 gennaio 1967, pp. 33-35) ed Ernesto Ragionieri di essere «l’ultima vittima del “genio della propaganda” essenzialmente per difetto di metodo e di intelligenza storica» (E. Ragionieri, Renzo De Felice: Mussolini, il fascista inconsapevole, in L’Unità, 15 febbraio 1967).
Queste accuse, e le contrapposte difese da parte di altri storici, divulgate dai giornali, dalla radio e dalla televisione, resero De Felice lo storico italiano del Novecento più noto in Italia e nel mondo, trasformando in un personaggio popolare uno studioso che per la complessità del suo stile di scrittore era tutt’altro che provvisto di doti da gran comunicatore. A ciò contribuirono molto le polemiche scatenate da alcune sue interviste, pubblicate in forma di libro o di articoli, dove lo storico esponeva in forma sintetica, e spesso deliberatamente provocatoria, le sue tesi sul fascismo e, più in generale, le sue opinioni sulla storia dell’Italia contemporanea, con riferimento all’attualità politica.
Uno dei primi esempi è la polemica che scoppiò con l'uscita del libro Intervista sul fascismo, a cura di Michael A. Ledeen, Roma-Bari 1975) dove De Felice affermò, fra l’altro, che il fascismo era un fenomeno rivoluzionario e totalitario con una matrice di sinistra, espressione di ceti medi emergenti, con una propria idea di progresso volto al futuro, mirante alla creazione di un “uomo nuovo” e pertanto differente dal nazismo che era un totalitarismo di destra con gli occhi rivolti al passato e alla rigenerazione dell’antico “uomo ariano”. Accusato nuovamente per queste tesi di fare apologia di Mussolini e del fascismo, già in quest'opera De Felice replicava a questo genere di accuse in modo deciso: «se da tutta la mia opera un personaggio esce intimamente criticato a fondo e per molti aspetti distrutto, quello è Mussolini. Distrutto al di là delle sue capacità tattiche, della sua capacità politica – che credo nessuno in buona fede gli possa contestare» (ibid., p.112).  
La seconda polemica esplose alla fine del 1987, in seguito a due interviste giornalistiche fatte allo storico da Giuliano Ferrara, nelle quali De Felice contestò che l’antifascismo «inteso come ideologia di Stato, sia un discriminante storicamente, politicamente e civilmente utile per stabilire cos’è una autentica democrazia repubblicana, una democrazia liberaldemocratica» (in La Costituzione non è certo il Colosseo, in Il Corriere della Sera, 8 gennaio 1988; questa intervista era stata preceduta da un'altra, sempre di Ferrara a De Felice, pubblicata sullo stesso giornale il 24 dicembre 1987 con il titolo Perché deve cadere la retorica dell'antifascismo). Ancor più che nel 1975, da parte di intellettuali e storici di sinistra De Felice fu accusato di voler recidere le radici antifasciste della Repubblica italiana e di favorire la legittimazione della destra neofascista. Da parte sua, De Felice replicò che l’antifascismo non si identificava totalmente con la democrazia liberale, perché c’era stato anche un antifascismo totalitario, antidemocratico e antiliberale, che si era a lungo riconosciuto nel regime stalinista.
L’ultima polemica esplose nel 1995, lo stesso anno in cui fu nominato presidente dalla Giunta centrale per gli studi storici e un anno prima della sua morte, quando De Felice pubblicò un altro libro intervista sulla RSI e sulla Resistenza (Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Milano 1995) dove sosteneva, fra l’altro, che la catastrofe dell’8 settembre 1943, con il disfacimento dello Stato unitario e la «guerra civile», aveva provocato «la morte della patria»; che la Resistenza, al pari del fascismo repubblicano, aveva coinvolto solo una minoranza della popolazione italiana, che in maggioranza cercò solo di sopravvivere in una “zona grigia”; e, infine, che tutto ciò aveva contribuito a rendere fragili le fondamenta sulle quali si era ricostruito lo Stato nazionale con regime repubblicano parlamentare. Questa volta De Felice fu accusato di voler mettere sullo stesso piano fascisti e partigiani, e sminuire il valore storico e ideale della Resistenza come matrice dello Stato repubblicano, nonostante lo storico avesse esplicitamente dichiarato che «La Resistenza è stata un grande evento storico. Nessun “revisionismo” riuscirà a negarlo» (R. De Felice, Rosso e Nero, p. 45).
In seguito a queste polemiche, divenne sempre più frequente la presenza di De Felice nelle radio e soprattutto in televisione, una presenza che si andava ad affiancare alla già consistente collaborazione dello storico a Il Corriere della Sera, che fu particolarmente assidua dal 1968 al 1972, quando ne era direttore Giovanni Spadolini. Dal 1974 De Felice collaborò anche a Il Giornale fondato da Indro Montanelli. La sua attività giornalistica consisteva in recensioni di opere storiche e considerazioni sull’attualità politica, che faceva collocandosi in questi anni nell’area liberaldemocratica del Partito repubblicano guidato prima da Ugo La Malfa e, successivamente, da Giovanni Spadolini. Si astenne sempre, tuttavia, dalla militanza politica, rifiutando offerte di candidature parlamentari e di incarichi di governo perché, era solito rispondere, sentiva come suo principale impegno civile proseguire le sue ricerche e portare a termine la biografia mussoliniana, nonostante le polemiche che periodicamente provocava con le sue tesi storiografiche e con le sue considerazioni sull’attualità.
Infatti, l’interpretazione defeliciana della «catastrofe nazionale dell’8 settembre», della guerra civile e del «dramma del popolo italiano tra fascisti e partigiani», erano parte di una più ampia, e pessimistica, riflessione che lo storico andava svolgendo nei suoi ultimi anni sull’Italia come nazione, sulla fragilità dello Stato nazionale e sulla crisi della democrazia, in Italia e nel mondo occidentale. In una intervista del 1992 dichiarò che come italiani «corriamo il rischio di entrare nell’Europa unita come una collettività di extracomunitari con passaporto italiano» (Intervista con R. Chiaberge, in Sette-Corriere della Sera, 25 gennaio 1992). La crisi dello Stato nazionale italiano, ricondotta da De Felice alle vicende della seconda guerra mondiale e alla mancata ricostruzione di una coscienza nazionale comune nell’Italia repubblicana, era aggravata dalla crisi della democrazia occidentale: «Nelle società moderne si sviluppano oggi processi che vanno in direzione contraria a quella della democratizzazione […]. Contemporaneamente il potere si concentra al vertice, con tratti di vero oligarchismo, e si frammenta alla base, con tratti di vero anarchismo. […] È in atto una vera riduzione del potere dei cittadini, del loro massimo potere: quello di essere informati sui termini di una scelta e poi di scegliere» (Democrazia e Stato nazionale, in Nazione e nazionalità in Italia, a cura di G. Spadolini, Roma-Bari 1994, pp. 37-46).
Le polemiche contro De Felice non rimasero sempre circoscritte nell’ambito accademico o giornalistico. All’università, fra il 1969 e il 1991, De Felice fu più volte bersaglio di minacce e di tentate aggressioni da parte di militanti della sinistra extraparlamentare. L’ultimo tentativo di aggressione avvenne la notte del 14 febbraio 1996, quando due bombe molotov furono lanciate contro l’appartamento a pian terreno della abitazione dove De Felice viveva con la moglie, allora entrambi già gravemente malati. De Felice morì il 25 maggio 1996. La moglie Livia morì il 26 giugno dell’anno successivo, dopo aver curato la pubblicazione dei capitoli ultimati dell’ultimo volume della biografia mussoliniana, rimasto incompiuto.