DIARIO DI VIAGGIO


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Diario di viaggio di Bashō
Traduzione di Laura Ferloni
Revisione di Anna Pensante
Collana: Sol Levante n. 78
Pagine: 112
Formato: 14 x 21 cm
ISBN: 9788879846370
 
Per Bashō la condizione umana è un viaggio continuo.
Viaggiare è l’espressione della natura stessa dell’esistenza e le persone incontrate sono a loro volta viandanti e viaggiatori della vita, situazione che li accomuna tutti al di là delle loro occupazioni: il monaco, l’eremita, il ragazzino che lo guida in cima alla montagna, i pescatori… Tutti partecipano di questa condizione e perciò Bashō prova in ogni incontro un senso immediato di fraternità e curiosità, in ciascuno riconosce un compagno di viaggio.
Il viaggio è la méta. È una componente essenziale della poetica di Bashō, che coincide con il pensiero del buddhismo zen da lui praticato. Nello zen, la pratica è identica all’esperienza di ogni giorno, il nirvana è compreso in ciascun fenomeno del mondo. Non c’è bisogno di ricorrere a un principio ultraterreno per spiegare l’universo, gli esseri, la nostra esistenza personale – il senso ultimo non è in un altrove da raggiungere rinunciando al mondo, ma è qui e ora, a portata di mano.
Il fine di un diario di viaggio, quindi, non è per Bashō un’esposizione sistematica di fatti e luoghi: scrivere in viaggio significa cogliere gli elementi di novità e di stupore dell’esperienza, essere coinvolti in ciò che si vede, entrare nell’oggetto, nella sua essenza, nello stesso modo in cui si scrive un haiku. Comporre un diario di viaggio significa ridefinire il senso di quest’ultimo; l’individualità dello scrittore si fonde con il movimento del suo cammino, il diario è in se stesso un vagare, quasi il resoconto di un sogno, “i farfugliamenti di un uomo addormentato”.
I viaggi che Bashō compiva erano una forma di pratica ascetica e religiosa, per stabilire un legame spirituale e poetico con i personaggi e i luoghi del passato. Estetica e religiosità sono indissolubili – e se a qualcuno apparisse troppo rarefatta e laica la religiosità giapponese per essere definita tale, potrebbe chiamarla spiritualità. Il senso religioso di Bashō si fonda innanzi tutto sul senso dell’impermanenza, della transitorietà di ogni cosa che è il principio essenziale del pensiero buddhista e dell’estetica giapponese. Quando racconta della tomba di sua madre, del santuario di Atsuta in rovina, del palazzo di Hidehira, dei cimeli dei Minamoto e dei Taira, dei luoghi delle loro gesta ormai lontane nel tempo, il poeta accetta lucidamente che le cose sono effimere e si abbandona all’impermanenza. Che è allo stesso tempo una rigenerazione senza fine, è continuità. Ripercorrendo i passi degli eroi, dei poeti e dei grandi asceti del passato, Bashō è consapevole di ridare loro vita e di assicurarne la perennità. Arte, vita e viaggio diventano per lui una cosa sola, trasformando l’esperienza vissuta in poesia e la natura in illuminazione spirituale.

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