Il medico “santo” di Nagasaki
27 Dic, 2021

La testimonianza di Paolo Takashi Nagai

 

di Lucio Brunelli

Articolo tratto da: L’Osservatore Romano 17 – 11 -2019

 

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Quando ricevette il battesimo, il 9 giugno 1934, Takashi Nagai dovette decidere il suo nuovo nome cristiano. Scelse di chiamarsi Paolo.

Era rimasto avvinto dai racconti sulla vita di Paolo Miki, uno dei primi coraggiosi gesuiti giapponesi: il santo inquisitore buddista gli aveva chiesto di abiurare, se avesse calpestato le icone di Gesù e della Vergine avrebbe avuto salva la vita, lui rifiutò per amore di Cristo e così fu crocifisso su una collina appena fuori Nagasaki insieme ad altri 25 compagni, era il 1597. 

 

takashi paolo nagai

 

A parlargli di padre Paolo e di quella storia drammatica e struggente era stata Maria Midori Moriyama, la ragazza cristiana che pian piano lo condusse alla fede cattolica. 

Lui, educato nello scintoismo ma poi diventato ateo e convinto materialista. Takashi era venuto a Nagasaki per studiare medicina all’Università, trovò una stanza in affitto nella casa della famiglia Moriyama, e lì aveva conosciuto Maria. 

I genitori della ragazza erano discendenti diretti di Sonzaemon, uno dei capi dei “cristiani nascosti” che a partire dal XVII secolo custodirono la fede per sette generazioni, isolati dal resto del mondo e dalla Chiesa universale, dopo che tutti i missionari erano stati uccisi o erano fuggiti o avevano abiurato. 

I fedeli si trovavano a pregare di nascosto, nel bosco; non essendoci più preti i laici si organizzarono da sé, chi battezzava i bambini, chi teneva il catechismo. 

 

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Il primo missionario ricomparve in quella lancia due secoli dopo, nel 1865: non poteva credere ai propri occhi, oltre tremila cristiani erano sopravvissuti a tutte le persecuzioni. 

 

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Quando si stabilì a casa dei discendenti di Sonzaemon, Takashi non conosceva questa storia; studiava sodo, giocava a pallacanestro e scriveva poesie, era un bel ragazzo e credeva di aver chiuso per sempre con la religione. Le sue certezze iniziarono a traballare dopo la morte della madre; cominciò a leggere I pensieri di Pascal. 

La vigilia di Natale del 1932 Maria lo invitò alla messa di mezzanotte nella cattedrale di Nagasaki, la chiesa più grande dell’Asia orientale con le due guglie gemelle alte 64 metri. 

Costruita con le offerte di pescatori e contadini era il simbolo della rinascita della comunità cattolica dopo tante tribolazioni. Takashi rimase sconvolto dai canti e dalle preghiere dei fedeli che affollavano la cattedrale. «Sentii la presenza di Qualcuno che ancora non conoscevo», ricorderà. 

 

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La notte seguente Maria stette per morire. Takashi diagnosticò subito il male, un’appendicite acuta, la portò tra le sue braccia in ospedale, sotto la neve; fu operata e guarì in fretta. Nell’agosto 1934, innamoratissimi, si sposarono. Lei era presidente della società femminile, lui si impegnò nella cura dei poveri con la San Vincenzo.

Entrò in contatto anche con un francescano polacco, Massimiliano Kolbe che aveva aperto un convento a Nagasaki. Ignari, entrambi, del destino di morte e di santità che li attendeva.

 

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Paolo Takashi si era specializzato in radiologia, l’esposizione ai raggi x lo fece ammalare di leucemia; la diagnosi nel giugno 1945. 

Ma quando scoppiò la guerra si prodigò in ospedale a soccorrere i feriti che affluivano da tutta la regione. L’8 agosto abbraccia per l’ultima volta sua moglie, prima di andare in città per una guardia medica notturna. Il giorno seguente, 9 agosto 1945, alle 11.02 del mattino, la bomba atomica esplode a 500 metri d’altezza, proprio di fronte alla cattedrale, che sarà completamente distrutta. I morti sono 70 mila. 

 

nagasaki

 

Paolo Takashi rimane ferito mentre si trova in ospedale ma trova la forza di reagire per medicare le vittime di quell’inferno.

Poi la scoperta più dolorosa, anche la sua amata Maria è morta: di lei sotto le macerie della casa, ritrova solo pochi resti e il suo rosario. 

Le promette di dedicare agli altri il poco tempo che gli resta da vivere:

«In ricordo di te, per amore di te… che mi hai portato all’amore di Cristo».

 

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Secondo stime raccolte dallo stesso Takashi dei 10 mila cristiani di Urakami, il sobborgo cristiano di Nagasaki, ben 8 mila morirono all’istante.

Il cardinale Giacomo Biffi nel libro di memorie pubblicato nel 2007 insinuò che gli americani avessero scelto Nagasaki in odio al Papa e al cattolicesimo: «Possiamo ben supporre che le bombe atomiche non siano state buttate a casaccio. La domanda è quindi inevitabile: come mai per la seconda ecatombe è stata scelta, tra tutte, proprio la città del Giappone dove il cattolicesimo, oltre ad avere la storia più gloriosa, era anche più diffuso e affermato?». 

 

nagasaki

 

Non pare che il medico “santo” di Nagasaki abbia avuto questi sospetti, si domandava piuttosto perché lui fosse sopravvissuto e sua moglie no, non trovando altra risposta che questa: «Non ci hanno voluti in Paradiso: siamo stati bocciati agli esami di ammissione». 

 

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Gli ultimi anni li passò bloccato a letto, pregando, scrivendo e ricevendo visite.

Vennero a trovarlo l’imperatore Hirohito e un inviato di Papa Pio XII, il cardinale Norman Thomas Gilroy. 

Grazie a una donazione fece piantare mille alberi di ciliegio per trasformare quella terra devastata in una “collina in fiore”. Nel suo testamento spirituale per insegnare ai figli la mitezza racconta la storia del martirio di due genitori cristiani e del loro bambino: 

«Tranquillamente si scusarono del disturbo che avevano recato al funzionario, gli offrirono il pasto di riso nuovo e perfino i nuovi sandali di paglia. E poi obbedienti si fecero bruciare». 

 

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Paolo Takashi morì il primo maggio 1951. Ai funerali assistettero ventimila persone. Tutta la città di Nagasaki osservò un minuto di silenzio nel momento in cui suonarono le campane di tutti gli edifici religiosi. Un paio di anni prima, di fronte ai tanti che già lo trattavano come un santo, disse: 

«La luna che illumina il cielo notturno non è che un freddo ammasso di materia che riflette la luce del sole. Il sole è Gesù. Anch’io rifletto soltanto un po’ della. sua luce. Senza Dio, sarei soltanto un servo inutile».

 

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Le campane di Nagasaki

Il libro: → Le campane di Nagasaki

 

Le Campane di Nagasaki

Nonostante la drammaticità della testimonianza lasciataci dall’Autore, Le campane di Nagasaki è un libro di resurrezione, con una visione sul futuro dell’uomo così forte che lascia interdetto il lettore ancora oggi, a distanza settanta anni.

 

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Le campane di Nagasaki è un libro che tutti dovrebbero leggere, soprattutto i ragazzi e le nuove generazioni, perché abbiano la possibilità di decidere il loro futuro, per evitare che sconsiderate azioni possano distruggere ogni cosa, perché, come ricordava Primo Levi, “chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo”.
E perché nessuna bomba atomica mai più possa distruggere le nostre vite e le nostre coscienze.

 

 

Il medico “santo” di Nagasaki

 


 

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