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Le note di Mussolini
6 Lug, 2022

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Corrispondenza Repubblicana

 

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di Giuseppe Brienza

Articolo tratto da: Il Borghese/Cultura ottobre 2021 (qui il PDF)

 

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A ppena rientrato dalla Germania, alla fine di settembre 1943, avuto da Hitler l’incarico di costituire un governo fascista nell’Italia del centro-nord, Benito Mussolini decise di ritornare quasi a tempo pieno al suo mestiere di giornalista attraverso una formula per lui inedita di collaborazione alla stampa della Repubblica Sociale Italiana (RSI): le note di agenzia.

Nasceva così Corrispondenza Repubblicana, una serie di note destinate alla radio ufficiale, l’Eiar, e ai giornali e alle agenzie di stampa, che il Duce nella maggioranza dei casi scriveva direttamente,

oppure faceva scrivere ad alcuni collaboratori del Ministero della Cultura Popolare (Min-culpop), sempre sotto il suo diretto controllo e supervisione.

Le note, che coprono l’arco temporale 28 settembre 1943 – 22 aprile 1945,

praticamente quasi tutti i 600 giorni della Repubblica di Salò, hanno come contenuto soprattutto commenti polemici, che riscossero subito il favore del popolo e furono man mano raccolti in opuscoli mensili e in un volume (entrambi rari e quasi introvabili) fmo alla fme del 1944.

 

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Lo spunto per i commenti era offerto a Mussolini sia dalle intercettazioni delle radio nemiche che dalla stessa stampa badogliana e alleata.

Le note, rigorosamente anonime, passarono anche per radio, in genere la sera dopo il giornale radio, alle 20,30 o alle 21. Nel dopoguerra quasi tutte furono incluse nel 32° volume dell’Opera omnia di Mussolini, pubblicata da Edoardo (1887-1948) e Duilio Susmel (1919-1984) nel 1960.

Grazie al prof. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia Contemporanea all’Università Internazionale di Roma (Unint), uno dei massimi storici del fascismo e del movimento neofascista in Italia, sono ora disponibili nella loro completezza. Rispetto all’edizione del 1960 che ne contava solo 99, infatti, lo storico ne ha ripubblicate altre tre, una tratta da un giornale dell’epoca, Il Lavoro fascista, le altre due rinvenute nelle carte della Segreteria particolare del Duce conservate al-l’Archivio Centrale dello Stato.

Tutti le note, che ammontano complessivamente quindi a 102, consentono di comprendere più e meglio chi sia stato davvero Mussolini nella sua ultima esperienza politica e quale sia stato il suo effettivo ruolo politico.

 

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Negli scritti del Duce troviamo i rancori e le polemiche contro il tradimento del re e di Badoglio; le nuove, ma antiche, discussioni sul ruolo della plutocrazia nazionale e internazionale; le illusioni sul ruolo autonomo della RSI; l’attenzione alla politica estera e alle conferenze alleate che precedettero la fme della Seconda Guerra Mondiale; la delusione per il consenso di politici e di giornalisti rapidamente svanito nei confronti del fascismo «declinante»; le contraddizioni sulle prospettive di liberalizzazione interna che invece furono tarpate dal Partito Fascista Repubblicano (PFR) e dal suo segretario Alessandro Pavolini (1903-1945); la solitudine e l’impotenza nei confronti di una avventura politico-statale, quella della RSI e del PFR, che andava sempre più chiara-mente incontro alla sua drammatica e inevitabile fine.

 

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Finché resta una parvenza di plausibilità, se non altro propagandistica, all’ipotesi di «uscire da questo abisso» — com’ egli è costretto ad ammettere nel suo primo intervento (cfr. Parliamoci chiaro, 28 settembre 1943, p. 41) —, anche se «con le ossa rotte» (ibidem), Mussolini cerca di ostentare una forzata sicurezza nella vittoria. Dopo la presa di Roma (4-5 giugno 1944) e lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944), non si avventura più a spandere fiducia. E più la sconfitta di-venta certa, più si concentra sul pano-rama internazionale, preconizzando per l’Italia un destino di irrilevanza.

Altra «preveggenza» politica del Duce si rinviene nell’individuazione dell’innaturale alleanza fra le democrazie occidentali e l’Unione Sovietica.

 

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Nella nota intitolata Ancora Mosca (5 novembre 1943, pp. 103-107), in particolare, Mussolini stigmatizza la contraddizione di Alleati che avevano fatto ormai causa comune con un regime totalitario come quello comunista,

preparandosi a gestire il dopoguerra con personaggi come Stalin, alla faccia della guerra intrapresa per ripristinare le libertà… Il Duce, nell’imminenza della fine della Terza conferenza anglo-americano-sovietica di Mosca (18 ottobre – 11 novembre 1943), notava significativamente come quelle che prepareranno la spartizione di Yalta avevano luogo al Cremlino, ovvero «nella capitale del comunismo, nella città che fu considerata fino a ieri, specialmente in Inghilterra e in America, come un temutissimo e terribile centro d’infezione morale per tutti i popoli della terra» (p. 104). 

 

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Lo stile delle note, come si vede, è sempre quello del giornalista vivace e caustico, il solito stile coinvolgente di Mussolini.

La polemica e il sarcasmo graffianti cercano di coprire la progressiva convinzione dell’autore che la situazione era obiettivamente perduta. Da questo punto di vista per contrasto ai «voltagabbana» emerge la figura di un capo politico solitario e ormai perdente ma, per questo, più ammirevole nel suo ruolo di guida indomita di un’Italia «debole ma guerriera, povera ma intelligente, contro i paesi ricchi e potenti» [Giuseppe Parlato, Introduzione, (pp. 7-38), p. 26].

 

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Nello sfondo della Corrispondenza Repubblicana c’è il dramma dell’Italia, soprattutto del popolo che, dal Nord come al Sud, oppresso dalla fame, dai bombardamenti e dalle violenze della guerra civile italiana, è rimasto per lo più indifeso e preso tra l’incudine degli ex Alleati tedeschi alla tenaglia delle forze angloamericane e della Resistenza comunista. 

 

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Corrispondenza repubblicana

Il libro → Corrispondenza Repubblicana. Benito Mussolini

 


 

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