Chiunque si soffermi, anche solo per un istante, sull’immaginario contemporaneo si accorge che il gatto occupa ovunque uno spazio singolare. Non soltanto nelle immagini della cultura quotidiana, ma nei simboli, nei racconti, nelle forme del gusto e dell’ironia, questa creatura elegante e indecifrabile continua a imporsi come una presenza discreta e costante.
Ma in Giappone questa presenza ha una densità diversa, più antica e più profonda. Qui il gatto non è soltanto un animale amato: è una figura culturale stabile, quasi una piccola sovranità simbolica.
*

Abita la letteratura, il folclore, la religione, l’arte e la cultura pop con una continuità sorprendente.
Non a caso, fra il 1905 e il 1906, proprio nel momento in cui il Giappone moderno si affacciava con decisione all’Occidente, Natsume Sōseki affidò a un gatto la voce del suo celebre Io sono un gatto. E chi legge oggi Kokoro ritrova in Sōseki quello stesso sguardo obliquo, sottile, ironico, così vicino alla natura felina.

La maggior parte delle fonti concorda sul fatto che i gatti domestici siano stati introdotti in Giappone nel VI secolo, contemporaneamente al buddismo.
All’inizio la loro importanza era pratica: proteggevano dai roditori i sutra, i rotoli e i beni preziosi custoditi nei templi e nelle residenze aristocratiche. Ma, come spesso accade in Giappone, l’utilità concreta si trasformò presto in prestigio simbolico. Il primo gatto giapponese di cui si ricordi perfino il nome è Myōbu no Otodo, donato all’imperatore Ichijō attorno all’anno 999: aveva un collare rosso, attenzioni di corte e quasi un rango nobiliare.
Già allora il gatto non era più soltanto un animale: era una presenza distinta, elegante, degna di essere osservata e narrata.
*

Il chōju-giga, ovvero «vignette di animali», era molto diffuso nel XIII secolo ed è considerato l’arte che ha preceduto il manga.
Da qui nasce la sua doppia natura, che ancora oggi ne spiega il fascino.
Da un lato c’è il maneki-neko (招き猫), il “gatto che invita”, immagine di prosperità e buon auspicio; dall’altro il bakeneko (化け猫), il “gatto mutato”, creatura del folclore capace di trasformarsi, parlare, ingannare e vendicarsi.
La leggenda del maneki-neko, associata al tempio Gotokuji di Tokyo, racconta di un gatto che con un gesto della zampa avrebbe salvato un samurai da un fulmine, diventando così segno di fortuna. Le storie del bakeneko, al contrario, mostrano quanto il gatto fosse percepito anche come creatura inquieta, a metà strada tra casa e soprannaturale. In Giappone il gatto è amato proprio perché non è mai del tutto innocente: conserva sempre un resto di mistero.
*

In omaggio alla serie di stampe «Le 53 stazioni del Tokaido» del maestro Utagawa Hiroshige, Utagawa Kinoyushi ne ha realizzata una propria versione, ma con i gatti. Ciascuno dei 53 felini rappresenta una delle stazioni che collegavano Edo (l’odierna Tokyo) con l’allora capitale imperiale, Kyoto. La maggior parte di essi ha la coda corta
Questa ambivalenza si riflette perfettamente nelle arti visive, presenti nelle immagini giapponesi, dai chōjū-giga medievali fino all’anime.
Ma è soprattutto nel mondo delle stampe ukiyo-e che la loro onnipotenza culturale diventa evidente. Il museo Ota Memorial ricorda che, fra gli animali rappresentati nell’ukiyo-e, i gatti furono tra i soggetti più amati: non solo animali domestici, ma anche mostri, scolari, danzatori, figure antropomorfe e presenze comiche.
Utagawa Kuniyoshi ne fu uno dei grandi interpreti: li dipinse come caratteri kana, come parodie del mondo umano, come creature spiritose e imprevedibili; li teneva nel proprio atelier e, secondo la tradizione, amava perfino lavorare con un gatto dentro il kimono. Per comprendere il clima artistico in cui queste immagini si muovono, può essere illuminante leggere anche Hokusai. Il pittore del mondo fluttuante, che restituisce l’orizzonte figurativo dell’ukiyo-e, quel “mondo fluttuante” in cui il quotidiano e il fantastico convivono naturalmente.
Anche la narrativa moderna e contemporanea continua a confermare questa centralità. Oltre a Sōseki, basti pensare a quanto il gatto, in Giappone, sia spesso una soglia verso il fantastico, il perturbante o l’allegorico.
In questa direzione si possono leggere, nel catalogo, Favole del Giappone di Niimi Nankichi, dove l’animale entra con naturalezza nel paesaggio morale del racconto; oppure Labirinto d’erba di Izumi Kyōka e La maledizione di Oiwa e altri racconti di Tanaka Kōtarō, che restituiscono quella stessa atmosfera di confine in cui il reale sembra sempre sul punto di mutarsi in apparizione. In fondo è proprio questo che il gatto incarna, in Giappone, da secoli: non la semplice tenerezza dell’animale domestico, ma una forma delicata e tenace dell’enigma.

Kuniyoshi fu uno degli artisti ukiyo-e che raffigurarono il bakeneko nel XVIII secolo. Questa è un’illustrazione della leggenda della Strega Gatto di Okabe (1835) di Kuniyoshi
Vive accanto all’uomo, ma non gli appartiene mai del tutto. E forse è per questo che continua a tornare ovunque: nei templi, nei romanzi, nelle stampe, nei portafortuna, nelle feste, nelle isole, nell’immaginazione stessa del paese.

La casa editrice Luni nasce nel 1992 con lo scopo di diffondere le idee che animano la riflessione italiana rendendo disponibili e accessibili al pubblico italiano molti testi del mondo Orientale spesso introvabili.
Perché il Giappone ama i gatti – Perché il Giappone ama i gatti





0 commenti