Le 7 Arti Marziali giapponesi più famose e praticate
1 Dic, 2022
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“Ogni popolo, in qualsiasi epoca della sua storia, ha concepito i mezzi per continuare a esistere anche nell’ambiente più ostile. Il riflesso di sopravvivenza è una caratteristica permanente della razza umana, che, finora, l’ha condotta dove oggi si trova”.

Roland Habersetzer

 

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Le più famose e praticate Arti Marziali giapponesi

 

L’origine delle Arti Marziali giapponesi

Quanti tipi di Arti Marziali giapponesi esistono?

 

– Gli stili di Arti Marziali giapponesi che si concentrano sulle tecniche corpo a corpo:

 

– Stili di Arti Marziali giapponesi incentrati sull’uso delle armi:

 

Il sistema di classificazione nelle Arti Marziali

Donne e Arti Marziali

 

CONCLUSIONI

Arti marziali giapponesi: Una tradizione eterna

Libri sulle Arti Marziali

 

 

⭕  Hajime!

 


 

 

L’origine delle Arti Marziali giapponesi

 

L e Arti Marziali sono l’insieme di tecniche di attacco e difesa personale elaborate nell’antichità in Cina, India, Giappone e Corea, e in generale in Asia, caratterizzate da una forte connotazione dottrinale e spirituale della ricerca della perfezione stilistica e pratica che in ultima analisi diviene la ricerca della perfezione personale che conduce al superamento delle proprie debolezze.

 

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Le fonti di ispirazione furono sempre le medesime:

Le forze della natura, l’osservazione dei mutamenti e dei movimenti degli animali accostati a un criterio metafisico di “corpo-mente-cuore”, quindi riportate all’essere umano non cartesianamente suddiviso in tanti particolari ma in un unico modo pan-organico e mentale di concepire la vita.

Le origini delle Arti Marziali in Giappone sono molto antiche ma per il concetto moderno di “Arte Marziale” possiamo assumere che si possano far risalire alla casta guerriera dei samurai risalente al periodo feudale. I samurai (il cui significato letterale è: “colui che serve”), erano addestrati al combattimento e ai precetti del Bushido (lett. “la Via del guerriero”), una articolata serie di regole e princìpi filosofici tradizionalmente adottato dai samurai.

 

 

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Il suffisso “Do” che compare spesso quando si parla delle diverse Arti Marziali giapponesi, è utilizzato dagli Occidentali senza che ne comprendano appieno il profondo valore spirituale: “Do” si traduce come “Via”, di realizzazione spirituale, pratica e anche formale, perché per i giapponesi la forma è “sostanza” essa stessa;

vivere il “Do” implica la necessità di una disciplina mentale e fisica per studiare l’attività pratica assoluta e che non permette la separazione da ciò che la mente pensa e ciò che il corpo esegue.

 

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Le moderne Arti Marziali giapponesi si possono dividere in due grandi macro sezioni declinate in base al suffisso: “do” o “jitsu.

“Do”, come detto indica una via di realizzazione pratica e spirituale; “Jitsu” indica la maestria nella tecnica, nella quale per estensione si può considerare anche in questo caso la via realizzativa ma è più incentrata nella costruzione tecnico-pratica piuttosto che sulla parte spirituale.

 

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Le Arti Marziali giapponesi, al pari di quelle dell’Occidente o delle altre regioni dell’Asia, si sono sviluppate prima della nascita della polvere da sparo, che ha modificato totalmente il modo di condurre le battaglie e le guerre. Le arti marziali nascono per il “contatto”, e per combattere “corpo a corpo”.

L’Occidente si è concentrato sulla produzione di spade di grande formato e sulla forgia sempre più resistente ma ha, diciamo, tralasciato il lato formale del combattimento, l’aspetto tecnico legato anche al diverso tipo di lama, e quindi di modo ti “tagliare” del combattente.

 

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Le discipline marziali giapponesi sono sostanzialmente nate e sviluppate (il Ju-Jitsu come antecedente di tutte quante) quando il samurai era disarmato e doveva affrontare gli avversari senza spada.

Il concetto di rotazione ed ellissi del movimento per schivare i colpi nasce proprio dal diverso utilizzo della katana da parte del samurai, che non colpisce per la maggior parte dei colpi in linea retta ma circolare o ellittica. Da qui nasce il “movimento d’anca” proprio di tutte le discipline in oggetto al presente articolo.

 

Così facendo, le Arti Marziali giapponesi si sono rivelate, in tempo di pace, grazie al concetto di “forma” o kata, al significato spirituale ed esoterico che i giapponesi pongono in ogni aspetto della loro vita, e infine al considerare l’essere umano un tutt’uno non separato né separabile, una formidabile scuola di vita e disciplina fisica ed etica, divenendo, nei secoli un punto di riferimento imprescindibile per la società anche del moderno Giappone.

 

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Quanti tipi di Arti Marziali giapponesi esistono?

 

Esistono oggi oltre 200 stili di Arti Marziali nel mondo.

Molte hanno origine in paesi asiatici come la Corea, la Cina e il Giappone, anche se gli stili differiscono da paese a paese. Allo stesso modo, molte arti marziali non hanno un solo metodo di insegnamento o stile, ma sono suddivise in diverse scuole, ognuna con le proprie caratteristiche distintive. Per esempio, il karate ha quattro stili principali che vengono praticati in Giappone. Le scuole spesso modificano i loro metodi di insegnamento in base alle loro filosofie.
La padronanza e l’avanzamento nei ranghi delle diverse arti marziali richiedono anni di pratica e una costante disciplina.

In questo articolo facciamo luce sulle 7 Arti Marziali più famose del Giappone.

 

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Le più praticate e famose arti marziali giapponesi

 

 

JU JITSU

Ju Jitsu: «Tecnica della cedevolezza», principio generale applicato al combattimento, in un sistema di combattimento corpo a corpo elaborato durante il Medioevo giapponese, tanto nelle tecniche a mani nude, quanto in quelle che fanno uso di armi (in parti-colare la sciabola). Il riferimento a Ju*, sottolinea l’essenza del procedimento: si tratta, in un confronto, di non utilizzare la forza bruta, ma di utilizzare il meglio possibile quella dell’avversario, di armonizzare la tecnica necessaria per la vittoria con la situazione.

Cedevolezza nello spirito (tattica) come nella forma (tecnica). Le antiche tecniche del Ju Jitsu sono state alla base della sintesi fatta da Jigoro Kano alla fine del XIX secolo in un’ottica educativa e sportiva, nel Judo

 

  • I Primi stili, per quanto elementari possano essere stati in quell’epoca, risalgono molto prima delle fonti scritte che si possono trovare nell’antico Giappone (e cioè le cronache di guerra) o gli archivi lasciati dai fondatori. Si spiega in genere l’origine del Ju Jitsu in tre modi differenti: 1. nasce a partire da elementi strettamente indigeni; 2. si fonda su tecniche importate dall’esterno (Cina); 3. è una combinazione di queste due interpretazioni.

 

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JUDO

Judo: «Via della cedevolezza», arte marziale di difesa, creata nel 1882 da Jigoro Kano (1860-1938) a Shitaya (Tokyo) quando aveva solo 22 anni.

Il Judo del Kodokan

Questo sistema di combattimento si basa sulle antiche tecniche del Ju Ju Jitsu, ma dalle quali Kano eliminò qualunque forma di violenza e ogni tecnica pericolosa, sia per chi la esegue, sia per chi la subisce, per farne un sistema educativo, a uso sportivo, per la gioventù del suo paese. Compiendo questo passo, Kano ha trasformato un metodo guerriero e a volte brutale di combattimento a mani nude, il Ju Jitsu appunto in un’arte del Budo, in cui l’etica e la ricerca della padronanza di sé,

con lo scopo di sviluppare la propria personalità con lo spirito del Jita-kyoei – «Reciproco aiuto e mutua prosperità» – e la tecnica, non erano che un mezzo per sviluppare e quindi affermare uno spirito costruttivo e non violento.

 

judo

 

Va segnalato che il Judo è stata la prima arte marziale a essere classificata Disciplina Olimpica fin dai giochi olimpici di Tokyo del 1964. Oggi il Judo è la più diffusa arte marziale al mondo e vanta decine di milioni di praticanti sparsi in tutto il pianeta.

Inoltre, tra tutte le discipline marziali giapponesi, il Judo è quella che più si è prestata e si applica alla disabilità, contribuendo con il senso dell’onore e del rispetto, l’assenza di “combattimento violento” e come sistema educativo ideato da Jigoro Kano, ad aiutare in particolar modo tutte e disabilità ma principalmente per gli ipovedenti e i non vedenti (ed esiste il Judo Paraolimpico per queste persone), per i down, chi è affetto da autismo o sindrome di Asperger. I risultati in questo campo sono addirittura sensazionali e lo stato italiano dovrebbe sovvenzionare e spingere maggiormente chi soffre di queste disabilità a praticare il Judo. Vedi la incredibile storia di Simone!

 

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AIKIDO

Aikido: «Via (Do) dell’unione (Ai) dell’energia (Ki)» o «Via dell’armonia con l’energia universale».

Arte marziale sviluppata e insegnata da Ueshiba Morihei (1883-1969) a partire dal 1931 nel suo dojo di Tokyo.

La tecnica e la filosofia di questa disciplina marziale nascono dalla pratica e assidua da parte del fondatore Ueshiba di vari stili, Ju Jitsu in primis. Ma l’arte marziale che segnerà in modo indelebile la sua vita marziale sarà il Daito-Ryu Aiki Ju Jitsu, l’arte marziale dei samurai insegnata dalla famiglia Takeda e in particolare con quello che viene definito “l’ultimo samurai del Giappone”, Takeda Sokaku.

 

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Ueshiba elabora l’Ai-Ki-Do e fonda l’Associazione Aikikai nel 1948: a partire da quel momento l’Aikido si diffuse in tutto il mondo e è stato continuato dal figlio del fondatore, Ueshiba Kisshomaru e oggi dal nipote Ueshiba Moriteru. Esso è assai più di una tecnica di combattimento: la «Via» aperta da Ueshiba, tecnico di genio e mistico, è un quasi un “percorso religioso”, un’espressione corporea dell’unione dell’individuo con l’universo che lo domina; al limite estremo si può affermare che l’Aikido del maestro Ueshiba è «l’identificazione con Madre Natura»,

perché mette il praticante, attraverso la meditazione, la concentrazione, l’ascesi e la tecnica in “risonanza” con una specie di «lunghezza d’onda cosmica».

 

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KARATE-DO

È un metodo di combattimento «a mani (Te) nude (Kara)», le cui radici storiche nascono in Cina (Quan-fa) e a Okinawa, codificato in Giappone nella prima metà del XX secolo. Si basa sul tentativo di mettere fuori combattimento uno o più avversari mediante dei colpi a impatto (Atemi) su punti detti «vitali» che si trovano sul corpo umano. Questi colpi sono portati con «armi naturali» addestrate in modo speciale: mano, pugno, gomito, ginocchio, piede…

 

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L’obiettivo principale di questo metodo di combattimento, come numerose altre forme, molto vicine dal punto di vista tecnico, sviluppate in estremo Oriente è quello di essere uno strumento di risposta a un attacco, armato oppure no:

il Karate è in primo luogo una tecnica marziale di difesa, non di offesa, fin dagli anni ’50 del XX secolo.

È ormai uso quasi generalizzato vedere in ogni stile classico coesistere un ramo tradizionale, che riproduce l’etica e le concezioni antiche di un Karate in cui considerare un incontro per le sole necessità di un risultato sportivo è un grave affronto al messaggio lasciato dai maestri fondatori, e un ramo moderno, interamente orientato alla competizione, anche se si utilizzano a volte delle forme che attenuano questa divisione. Oggi questi due “rami” coesistono anche se la parte sportiva tende a prevalere. Chuck Norris deve la sua fama a questa arte marziale di cui diventò campione del mondo nella categoria dei pesi medi nel 1968.

 

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SUMO

È la lotta giapponese per eccellenza, la cui origine risale alla nascita quasi del Giappone, menzionata nel Kojiki poi nel Nihon-shoki, i due libri più antichi della storia giapponese: compare inizialmente sotto i nomi di Chikarakurabe, poi Sugai ed è impregnata di riti d’origine sciamanica (Shinto) per “armonizzarsi” con gli Dei, i Kami.

Il riferimento al primo combattimento risale all’anno 23 a.C.: questo si svolse davanti all’imperatore Suinin e vide lo scontro tra Nomi-no-Sukune e Taema-no-Kuehaya il primo dei quali uccise il secondo (con un colpo di tallone finale, secondo quanto riporta la tradizione).

 

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Nel corso della sua storia, il Sumo si sviluppò in tre direzioni diverse: il Sechie-zumo*, dalle forti componenti religiose, che si svolgeva davanti all’imperatore e che divenne lo Shinji-zumo (Sumo dall’orientamento religioso), lo Joran-zumo (Sumo guerriero), che vide l’evoluzione delle tecniche di presa per adattarsi al porto dell’armatura (Kumi-tachi) e che, arricchendosi di colpi percotenti, fu la base del Ju Jitsu; e infine il Kanjin-zumo che può essere definito come Sumo da professionisti che risale alla fine del XVI secolo e che diventò ancora più sportivo durante il periodo Edo, dal 1603 al 1868 quando i tornei diventarono veri e propri spettacoli. L’epoca Meiji dopo il 1868, diede al Sumo la sua configurazione attuale e definitiva.

 

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Il combattimento (Torikumi) ha luogo su un area circolare (Dohyo), che simboleggia il cielo limitato da una grossa corda di paglia semiannodata e appoggiata al suolo con quattro ingressi, al centro di un’area quadrata che simbolizza la terra. Il tutto forma una specie di podio sopraelevato sul quale salgono i combattenti.

 

 

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Sopra quest’area di combattimento è sospesa una copertura (Yakata) in tela che riproduce la forma di quella di un santuario shintoista, agli angoli della quale pendono delle nappe (Fusa) di colori differenti a seconda delle stagioni (blu per la primavera, rosso per l’estate, bianco per l’autunno, nero per l’inverno).

All’apertura del torneo (cerimonia del Dohyo-iri), i lottatori, divisi in due campi (est e ovest), sfilano attorno all’arena, rivestiti del loro grembiule da cerimonia (Kesho-mawashi), preceduti dagli Yokozuna (grandi campioni) assistiti ciascuno da un araldo (Tsuyaharai) e da un portatore di sciabola (Tachi-mochi).

Attorno ai fianchi portano una grossa cintura (Tsuna) di canapa bianca intrecciata. I Sumotori si affrontano due alla volta; il combattimento dura pochissimo per l’intensità con cui i combattenti si affrontano: essi devono usare solo le 48 tecniche codificate dal Kimarite. Vince chi riesce a far toccare il suolo all’avversario (qualunque parte del corpo) oppure a spingerlo fuori dal cerchio.

Sono proibiti i pugni e i calci, tuttavia possono aiutarsi afferrando la cintura dell’avversario.

Non possono afferrarsi per il perizoma o per i capelli. I combattimenti sono arbitrati da un arbitro in capo (Tate-gyoji) che segna i punti mediante un ventaglio (Gumbai), assistito da arbitri-giudici (Gyoji), tutti in abito tradizionale. Ogni anno vengono disputati sei grandi tornei (Basho).

 

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KENDO

Il Kendo o «Via della spada», è l’arte di combattere con la spada (Ken), evoluzione del Ken-jitsu, chiamata prima Ken-no-michi e Gekken durante il periodo Meiji (1868-1912).

Dal Ken-jitsu al Kendo

A partire dal XVI secolo la tecnica di combattimento con la spada ( considerata l’anima del Samurai), si intrise sempre più dello spirito legato allo Zen grazie a Takuan Soho e i suoi scritti sull’argomento, divenedo più spirituale che pratica insieme alle altre arti marziali del Bujitsu, grazie al fatto che la “Pax Tokugawa”, durata 250 anni, aveva posto fine alle terribili guerre intestine tra i clan.

 

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L’inizio dell’era Meiji (1868), con la volontà di modernità ostentata dal nuovo Imperatore Mutsuhito, impresse un grave colpo alla pratica delle arti marziali tradizionali, l’uso delle quali sembrava non sembrava più giustificato.

L’esercito imperiale si avvaleva non più di samurai ma di consulenti stranieri esperti nelle armi da fuoco, equipaggiandosi con le armi da fuoco moderne.

Il Ken-Jutsu rischiò di cadere nell’oblio e la famosa ordinanza imperiale del 1876 conosciuto come Editto Imperiale Haitorei, proibì definitivamente il porto della katana sopprimendo, di fatto, l’intera classe dei samurai. Va ricordato che i samurai non accettarono la cosa e avvennero numerose ribellioni in riposta alle nuove direttive. Tra queste, la più terribile fu quella di Saigo Takamori, del clan Satsuma, nel 1877. Alcuni maestri di spada, tra i quali ricordiamo Yamazaki Riemon, Ozawa Torakichi, Takano Shigeyoshi e il più famoso di tutti, Yamaoka Tesshu, continuarono a insegnare anche se a volte furono severamente richiamati all’ordine dalle autorità anche fermati con l’arresto.

 

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Il segno del rinnovamento venne da Sakakibara Kenkichi (1830-1894) che chiese alle autorità il permesso di compiere una tournée dimostrativa di Ken-Jitsu nel Paese, motivando la proposta con l’interesse della pratica per lo sviluppo fisico e mentale della gioventù.

Lentamente le arti marziali tradizionali ripresero il loro posto, prima nell’esercito e nella polizia, poi nel nuovo sistema educativo. Anche il Ken-Jitsu trasse profitto da questa ripresa e diventò così il moderno Kendo.

 

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Nel 1895 nacque a Kyoto la Dai Nippon Butoku Kai (lett. “Società delle Virtù Marziali del Grande Giappone“), scioltasi solo poi nel 1946.

Verso il 1900 Abe Tate utilizzò il termine “Kendo” per distanziarsi da quello di “Ken-Jitsu”, giudicato troppo militare. Nel 1909 Watanabe Noboru fondò la prima Accademia di Kendo all’Università di Tokyo e nel 1910 fu fondata la Federazione giapponese di Kendo: il rinnovamento era compiuto: nel 1911 il Kendo faceva parte delle materie obbligatorie del programma delle scuole medie giapponesi.

Il primo torneo internazionale di Kendo si tenne nel 1967 a Tokyo. Nel 1970 ebbero luogo i primi Campionati del Mondo a Tokyo e a Osaka, insieme con la fondazione della Federazione Internazionale di Kendo (F. I.K.)

 

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KYUDO

Il Kyudo, “Via del tiro con l’arco* (Kyu o Yumi: arco; Do: Via) è la pratica del tiro con l’arco derivata dal Kyu-jutsu (Tecnica del tiro con l’arco), e organizzata in Giappone nel quadro della «Zen Nihon Kyudo Renmei» fondata nel 1948.

Nel Giappone antico, i maestri di tiro con arco erano venerati come grandi maestri e guide spirituali.

Con l’introduzione delle armi da fuoco a partire dalla fine del XVI secolo, il tiro con l’arco perse la sua efficacia e interesse nel campo di battaglia ma divenne uno dei mezzi più raffinati e spirituali per la ricerca dell’autodisciplina e della realizzazione lungo la Via.

 

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Nel 1660 Morikawa Kozan fondò la scuola Yamato-ryu, sintesi della tecnica dello Heki-ryu e del lato cerimoniale dell‘Ogasawara-ryu, e utilizzò per la prima volta il termine Kyudo.

Nonostante durante la Restaurazione Meiji le arti marziali classiche fossero divenute desuete, le tre scuole tradizionali di tiro con l’arco sopravvissero: l’Ogasawara-ryu, lo Heki-ryu e lo Honda-ryu.

 

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Dopo la Seconda Guerra mondiale, i maestri di Kyudo Awa Kenzo e Anzawa Heijiro, discepolo del precedente, misero a punto un metodo che era la sintesi delle sensibilità delle diverse scuole e che armonizzò insegnamento e i passaggi di grado: Shaho Hassetsu sono le otto posizioni fondamentali che prende l’arciere dalla preparazione fino all’accompagnamento mentale della freccia una volta scagliata.

Lo sviluppo di questa disciplina fuori del Giappone deve molto a un celebre libriccino (poi severamente smentito con una fondata pubblicazione) del tedesco Eugen Herrigel «Lo Zen e il tiro con l’arco», che suscitò vivo interesse negli ambienti in cui le arti marziali erano vissute come vie spirituali. Anche due maestri giapponesi furono pionieri della loro arte all’estero: Inagaki Genshiro, dello Heki-ryu, e Onuma Hideharu, discepolo di Anzawa, furono i primi ad arrivare in Europa nel 1967.

Non entriamo nella discussa definizione spirituale che viene attribuita al Kyudo e alla sua pratica, ricordiamo solo che esistono numerose forme di tiro con l’arco ognuna delle quali segue un proprio preciso rituale.

 

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Il sistema di classificazione nelle Arti Marziali

 

Molti pensano che tutte le arti marziali utilizzino cinture di colore diverso, a partire da quella bianca per il livello base a quella nera per il livello avanzato.

Tuttavia, questo non è valido per tutte le arti marziali. Alcune arti marziali, come l’aikido, modificano il loro sistema di classificazione a seconda della scuola. In generale, la maggior parte delle arti marziali di cui abbiamo parlato utilizza un sistema di classificazione chiamato “kyu” – grado per i principianti, e “dan” – grado per gli esperti.

I gradi kyu vengono assegnati in ordine decrescente; una volta raggiunto il 1° kyu, il praticante può passare ai livelli dan.

I gradi dan sono assegnati in ordine crescente a partire dal 1° dan fino, normalmente per le discipline qui presentate, al 10° dan, che indica il caposcuola o grado massimo. In Occidente si utilizzano più facilmente le cinture colorate, dalla cintura bianca alla marrone (corrispondente al 1° kyu) e poi alle cinture nere per i gradi dan. A partire dal 5° dan i vari stili utilizzano ancora cinture colorate per distinguere gli altissimi livelli di pratica dai livelli dan inferiori.

 

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Le donne nelle Arti Marziali giapponesi

 

Benchè sia quasi sconosciuta alla maggior parte anche degli studiosi, nella storia del Giappone le donne hanno sempre avuto un ruolo importante nella guerra. Ci sono testimonianze di molte grandi guerriere (onna-bugeisha) che hanno potuto praticare le arti marziali durante il loro addestramento e nella vita.

La casta dei samurai non ammetteva donne al loro interno e soprattutto la cultura giapponese feuduale relegava la donna, secondo regole sociali precisissime, a rimanere a casa ad accudire la famiglia:

non ostante questo “divieto” le donne continuarono a praticare usando le loro abilità di combattimento per proteggere le loro case, in particolare modo durante il periodo Sengoku (1467-1615), cioè poco prima che iniziasse il periodo di prosperità senza guerra instaurato dal Clan Tokugawa.

 

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CONCLUSIONI

 

Arti Marziali giapponesi: una tradizione eterna

 

Le arti marziali continuano a occupare un ruolo fondamentale nella cultura giapponese; sebbene siano state storicamente utilizzate in guerra, oggi vengono praticate con l’intento di educare, difendere o migliorare se stessi. Diverse organizzazioni si occupano di preservare le tradizioni e l’eredità di specifiche arti marziali, con sedi in tutto il mondo.

 

Enciclopedia-delle-arti-marziali-2-volumi

→ Enciclopedia delle Arti Marziali (2 volumi)

 

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Libri sulle Arti Marziali

 

Specifici e tecnici, i titoli sulle Arti Marziali, sono opere di studiosi e Maestri di arti marziali il cui impegno è, o è stato, quello della corretta trasmissione scritta della ricerca e dell’insegnamento. Vai a questo articolo per scoprire I Libri sulle Arti Marziali che OGNI PRATICANTE dovrebbe leggere.

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