Ritratto dell’artista da cucciolo
In Ritratto dell’autore da cucciolo Dylan Thomas raccoglie una serie di racconti i quali, più che ricostruire “la sua” infanzia, mettono alla prova un’idea di formazione. Swansea e la provincia gallese diventano un laboratorio di voci: compagni di scuola, parenti, bottegai, predicatori, aspiranti poeti.
Il protagonista – spesso un alter ego, spesso una maschera – attraversa episodi di educazione sentimentale e linguistica in cui la realtà quotidiana si trasforma, senza sforzo apparente, in teatro dell’immaginazione.
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Da un punto di vista critico, il libro può essere letto come un “romanzo di formazione a frammenti”: ogni racconto funziona da capitolo autonomo, ma la continuità è garantita dal lavoro sul ritmo, dalla costruzione dei personaggi e da una memoria che non vuole essere documento, bensì invenzione controllata nella quale la sua vena irruente e visionaria trova forme e tempi più distesi e aperti.
Thomas mescola comico e crudele, idillio e imbarazzo, e soprattutto porta nella prosa la competenza del poeta: allitterazioni, ritorni fonici, impasti di immagini che fanno sentire la frase prima ancora di capirla.
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Ritratto dell’autore da cucciolo è un classico “laterale” perfetto: introduce Thomas senza mitologie biografiche, mostrando come nasce una voce. È un libro che parla agli studiosi (per la sua idea di autobiografia come costruzione letteraria) e ai lettori nuovi, perché si legge con piacere immediato: rapido, brillante, eppure carico di risonanze, come un racconto che continua a suonare anche dopo l’ultima pagina.
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Nell’insieme si avverte la matrice orale dell’autore: ogni scena sembra pensata per essere detta ad alta voce, con cambi di registro e una sapienza teatrale del dettaglio.
La “cucciolaggine” del titolo non è nostalgia, ma energia che senza irriverenza alcuna si rifà alla lezione del Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce: la fase in cui l’io impara i codici sociali e insieme scopre come disobbedirgli con la scrittura. In controluce, il Galles di Thomas non è folclore, ma un paesaggio mentale dove lingua, classe, desiderio e religione si intrecciano e producono attrito, cioè letteratura.
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Dylan Thomas (1914–1953) è stato poeta e narratore gallese fra i più intensi del Novecento.
Nato a Swansea, crebbe tra inglese e immaginario celtico, sviluppando una voce fondata su musicalità, immagini visionarie e un’attenzione quasi fisica al suono delle parole. Esordì giovanissimo e divenne noto per raccolte poetiche e prose liriche, oltre che per l’attività di lettore alla radio, dove la sua dizione trasformava i testi in esperienza orale. La sua scrittura intreccia memoria, umorismo e inquietudine, con una tensione costante fra quotidiano e mito. Tra i titoli più celebri: Under Milk Wood, A Child’s Christmas in Wales. Morì a New York nel 1953, lasciando un’opera in cui ritmo e immagine si inseguono come musica.
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