I poeti di Giolitti
Nella prima decade del secolo scorso, l’Italia sotto la guida di Giolitti aveva lavorato sodo e si era arricchita. La modernità eccitante delle città, prevalendo sui costumi immutati delle campagne, aveva attratto gli sguardi dei poeti.
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Divennero oggetto di poesia – ma vale anche per le arti figurative – i fumaioli delle fabbriche, le insegne dei negozi, i treni in corsa, gli spettacoli di strada con i mangiafuoco e i saltimbanchi.
Fecero capolino anche le ombre degli emarginati che le metropoli espongono come in vetrina. Grulli, pinzochere e cocotte danzavano nei versi come un tempo i Fauni e le Oreadi. La confusione della folla urbana e il degrado delle periferie attiravano artisti e poeti al pari dell’incanto della pace campestre o un riflesso del tramonto sull’onda del mare di una volta.
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La rivoluzione principale della poesia nuova è il ripudio del bello poetico. La rima, che era il marchio del settore, scomparve. Presero congedo anche metrica, ritmo del verso, forma della composizione. Tutto si confondeva e accavallava. La sensazione del lettore era di oscillare tra uno scritto in prosa e una filastrocca della nonna. Questa babele fu detta “verso libero”.
In questa rinnovata poesia, negli anni ’80 dell’Ottocento, nacquero ben diciotto uomini che diventeranno poeti e fioriranno negli anni di Giovanni Giolitti. Un rigoglio senza precedenti anche per i picchi di fama raggiunti da diversi fra loro.
Ricordiamo Umberto Saba e Guido Gozzano, Corrado Govoni, Clemente Rebora, Aldo Palazzeschi, Enrico Cavacchioli, Marino Moretti, Dino Campana, Sergio Corazzini, Vincenzo Cardarelli, Camillo Sbarbaro, Giuseppe Ungaretti, Luciano Folgore… Molti di questi, come altri citati, brucerà in un pugno di decenni gli incanti della sua giovane vita; altri percorreranno quasi tutto il Novecento.
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Di questi poeti la superba penna di Giancarlo Perna ci parla, quasi “vagolando” senza meta, per dare l’idea del clima e del tempo, del loro credo, del loro vivere – a volte il tempo di un mattino – della loro poesia, schiudendo l’uscio per sbirciare in casa loro e fare conoscenza dei protagonisti in carne e ossa.
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All’ennesimo ricorso, identico a miriadi di altri già indirizzati a giudici pigri che non decidevano mai, Giancarlo Perna, sentì di avere perso la pazienza e nove anni dopo la laurea in Legge, piantò l’avvocatura per abbracciare il giornalismo. Nel nuovo mestiere cercava la varietà che gli era mancata nel vecchio.
L’autore di questo libro di Ritratti – buon esempio di vivacità – entrò dunque tardi nel mondo della stampa, diventando firma nota dell’informazione politica a partire degli anni ’80. Debuttò all’Ansa, per poi lavorare in grandi quotidiani e settimanali.
Trascorse anni a il Giornale diretto da Indro Montanelli, continuando a collaborarvi con i successori. Ha poi scritto per Libero e La Verità. Lunga anche la sua esperienza di inviato dei settimanali l’Europeo, Epoca, Panorama. Tra i libri, Scalfari una vita per il potere (1990); Chiaroscuri (1995); Cento vite con il punto interrogativo (2016); Storia d’Italia in un’ora (2017); Il Ring, cinquant’anni di risse tra i poteri (2021).
Di Giancarlo Perna Luni ha pubblicato Facce da casta. Luci e ombre del potere (2024).
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