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Katha Upanishad. Conoscenza e morte secondo la dottrina indù

20,90

Traduzione: Pietro Nutrizio
pp. 188
ISBN: 9788879842129

Katha Upanishad. Conoscenza e morte secondo la dottrina indù

Gli scritti riuniti sotto il nome di Upanishad costituiscono l’ultima parte del Veda e sono destinati a distruggere l’ignoranza fornendo i mezzi per accostarsi alla conoscenza del Brahman, il Principio Supremo. La Katha Upanishad ha la forma di un dialogo tra Yama, o la Morte, e Nachiketas, «colui che non ha ancora la conoscenza». Nachiketas ottiene tre doni dalla Morte, ma è solo l’ultimo, la conoscenza del Sé, che lo interessa veramente.

Il Veda (dalla radice vid, «vedere» o «sapere») è la dottrina unica indù, ossia la Scienza sacra e tra­dizionale per eccellenza; il Védànta (ovvero «fine del Veda», nel duplice senso di «conclusione» e di «scopo») ne è il darshana, o aspetto, più pu­ramente metafisico. Esso si basa essenzialmente sugli scritti che ricevono il nome di Upanishad, i quali costituiscono l’ultima parte dei testi vedi­ci, e la loro stessa denominazione (come si vedrà dal «Commento») indica che essi sono destinati a distruggere l’ignoranza, radice dell’illusione che imprigiona gli esseri individuali entro i vincoli dell’esistenza condizionata, fornendo i mezzi per accostarsi alla conoscenza di Brahma, il Principio Supremo.

Sennonché occorre distinguere qui tra due tipi di conoscenza, quella solo razionale inferiore – l’uni­ca che concepiscano attualmente gli Occidentali -, il modo propriamente umano dell’intelligenza, e quella superiore, o «intuizione intellettuale, la quale può esser detta sovrumana, giacché è una partecipazione diretta all’intelligenza universale, che, risiedendo nel cuore, ossia nel centro stesso dell’essere, dov’è il suo punto di contatto con il Divino, penetra quest’essere daU’interno e lo il­lumina con il suo irraggiamento» (da R. Guénon: Simboli della Scienza sacra, cap. LXX, «Cuore e cervello»).

È di questa conoscenza superiore che si parla in tutte le Upanisbad, e quindi anche nella Katha, e del modo di accedervi, modo che solo la Morte, in un suo senso superiore, può «insegnare», trattan­dosi – per l’appunto – di una conoscenza «non-­umana». Tutta la Katha Upanisbad è concepita in effetti come un dialogo tra Yama, o la Morte, e Nachikètas, o «colui che non ha ancora la cono­scenza»; Nachiketas ottiene tre doni dalla Morte, ma solo l’ultimo, la conoscenza del «Sé», che fa tutt’uno con Brahma, lo interessa veramente.

(Canto I, Stanze 20-22): «Quel dubbio che nasce, in conseguenza della morte di un uomo — [che] alcuni dicono “non c’è” — questo vorrei conoscere, da Te istruito. Di tutti i favori [che mi puoi concedere], è questo il terzo [che scelgo]».

«In merito a ciò, persino gli Dèi ebbero dubbi nei tempi antichi; giacché, a causa della Sua sottilità, questa essenza (il Sé) non è facile da comprendere.

O Nachikètas, chiedi [Mi] qualche altro favore; Mi angustiare; dimentica questo, che mi sto chiedendo».

« “Anche gli Dèi ebbero dubbi a questo proposito” [mi dici]; e poiché — o Morte dici anche che Esso non è agevole da comprendere, e nessun insegnante che non sia Tu — di questa cosa – può esserci, (ne consegue) che non c’è altro favore paragonabile a questo».

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