Elogio della calvizie
Un calvo di sedici secoli fa lancia una sfida e offre al tempo stesso una consolazione: riuscire a eleggere a sistema un pensiero divergente, refrattario a quei giudizi sommari e luoghi comuni su cui si costruiscono anche i canoni estetici fornendo la “consolazione”:
sovvertire completamente le opinioni correnti sulla calvizie, facendone un pregio da esibire con orgoglio.
Una testa senza capelli – assicura Sinesio – è segno di saggezza, di integrità morale, persino di buona salute; quella capelluta, invece, di tutto l’opposto. Le prove che il retore porta a favore della sua tesi non mancano, ne trova di schiaccianti nella storia, nella poesia, nella filosofia ed è abilissimo nell’arte della persuasione.
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Ma le ragioni per cui il suo Elogio della calvizie non può lasciarci indifferenti non finiscono qui: dopo una prima lettura si avverte che molto altro ancora siamo chiamati a scoprire tra le pieghe di questo testo; ciò accade perché, sotto la parvenza giocosa di un divertissement, esso muove corde profonde, proietta verso vertiginosi orizzonti di pensiero, spinge lo sguardo fino ai confini del cielo e mai lo distoglie dalle cose della vita e dalle forme del mondo.
Non a caso questa edizione dell’Elogio si propone al lettore come un’autentica novità, fresca di soluzioni inedite nei punti più controversi del testo e coraggiosa, al punto da avanzare ulteriori ipotesi su questioni annose. Per tutto ciò si tratta di un lavoro quanto mai versatile, disposto a cambiar pelle a seconda delle mani che ne vengano in possesso, come dimostra la prefazione briosa e toccante a un tempo del filosofo Sossio Giametta.
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Nato a Cirene intorno al 370 d. C. da un’illustre famiglia, Sinesio frequenta ad Alessandria la scuola neoplatonica di Ipazia (definita in una sua lettera “madre, sorella, maestra”).
Nel 399 è a Costantinopoli come ambasciatore, per esporre all’imperatore Arcadio le istanze della Pentapoli (o Libia Superiore). Nel 411 accetta la nomina a vescovo di Tolemaide, ricevendo forse solo allora il battesimo. Muore pochi anni dopo, sopraffatto dalle responsabilità del suo ruolo e da lutti privati. Per tutta l’età bizantina la sua ricca e varia produzione (dal discorso Sul regno all’Elogio della calvizie, dal Dione al trattato Sui sogni o agli Inni) conobbe una straordinaria fortuna, che il crescente interesse per la tarda antichità e per uno dei suoi più acuti e sensibili interpreti sembra oggi rinnovare.
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Anna Rotunno (Napoli 1963) è insegnante nei licei e si occupa di teatro classico; ha collaborato per diversi anni con varie testate, tra cui il Mattino di Napoli, vincendo, ancora studentessa, il Premio Saint Vincent di giornalismo.
Esperto esterno del Baccalaureato Europeo a Bruxelles, ha svolto anche incarichi di ricerca presso l’Università di Salerno. Tra i suoi lavori scientifici si segnala l’Olimpico di Dione di Prusa; per il teatro, invece, ha tradotto e adattato, oltre a tragedie e commedie antiche, testi di vario genere, sia latini che greci, come alcuni miti delle Metamorfosi di Ovidio e l’Apologia di Socrate di Platone. Due opere di cui è autrice sono state messe in scena dalla storica Compagnia del Giullare di Salerno: Il migliore dei mondi impossibili e Deianira non va a morire.
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Sinesio di Cirene – Elogio della calvizie








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