L’uccello dalle ali d’oro
Agli inizi della colonizzazione della Corea da parte dei giapponesi (1910-1945), in pieno caos istituzionale, un ragazzo è affidato alle cure di Sŏktam, letterato confuciano e grande maestro di calligrafia e pittura. Si crea così un rapporto fra maestro e allievo che ben presto si rivela problematico: il vecchio letterato, infatti, considera la calligrafia e la pittura il punto d’arrivo di un preciso percorso filosofico interiore,
laddove l’apprendista (che poi prenderà lo pseudonimo di Kojuk) interpreta l’arte figurativa come un estemporaneo prodotto della mente guidato solo dal talento innato.
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In breve, le divergenze si rivelano insanabili e il maestro si ritrova a dover cacciare l’allievo, che a quel punto comincia a vivere da girovago bohémien traendo sostentamento dalle sue pitture.
A poco a poco, però, Kojuk comincia a percepire un vuoto interiore sempre più intenso che gli fa capire che l’arte non è solo mercimonio, ma anche e soprattutto tesoro dell’anima: rivalutato così il suo vecchio maestro, Kojuk diventa uno dei massimi pittori del Paese.
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Il tempo passa, e Kojuk arriva egli stesso alla vecchiaia. Sentendo la morte vicina, comincia allora a fare una spietata autocritica della propria arte e, dopo aver raccolto tutti i suoi dipinti sparsi per il Paese, ordina ai suoi allievi di bruciarli. E sarà proprio nel bel mezzo di quel gesto estremo che Kojuk, ormai definitivamente ravveduto e pentito, poche ore prima della sua morte raggiungerà la propria apoteosi.
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La complicata avventura umana di Yi Munyŏl comincia nel 1948.
Nel 1950, a soli due anni, nel pieno della Guerra civile viene abbandonato dal padre, comunista convinto, che preferisce seguire l’esercito nordcoreano nella sua ritirata, senza mai più tornare. Il giovane Yi passa la sua giovinezza spostandosi continuamente da un luogo all’altro, con gravi ripercussioni sulla vita scolastica. In seguito tenta d’intraprendere varie strade senza successo, legge moltissimo e non meraviglia, pertanto, il fatto che abbia acquisito quella notevole erudizione mostrata nelle sue opere.
Gli anni Ottanta/Novanta lo consacrano protagonista assoluto del panorama intellettuale sudcoreano grazie a una serie di romanzi (Il nostro eroe decaduto, Il poeta, ecc.) tradotti in tutto il mondo.
Scrittore pluripremiato, dallo stile sopraffino e di rara sensibilità nell’introspezione psicologica dei suoi personaggi, il suo repertorio ha spesso fornito ispirazioni e motivi alla cinematografia e alla televisione.
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Maurizio Riotto è un orientalista particolarmente interessato alla storia, alla letteratura e alla cultura della Corea. Già professore ordinario di Storia della Corea e Culture Comparate alla Anyang University, ha insegnato precedentemente all’Università di Napoli “L’Orientale” ed è stato Research Fellow alla Seoul National University.
Come Visiting Professor, ha insegnato nelle Università SungKyunKwan, Sogang e Ewha di Seoul. Come Visiting Scholar ha operato in numerosi altri atenei e istituzioni culturali della Corea e del Giappone. È autore di oltre duecento pubblicazioni sulla Corea, Per Luni ha pubblicato Poesia religiosa coreana e ha tradotto di Hŏ Kyun, Vita del brigante Hong Kiltong; Yi Kyunyong, L’altra faccia di un ricordo oscuro; Kim Manjung, Il sogno delle Nove Nuvole.
Nel 2011 ha ricevuto la medaglia d’onore al merito culturale dal Presidente della Repubblica di Corea.
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Yi Munyŏl – L’uccello dalle ali d’oro







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