Wabi Sabi 侘 寂: La perfetta imperfezione
15 Giu, 2021

 

S e si dovesse scegliere un solo concetto che riassuma in modo appropriato la tradizionale sensibilità estetica dei giapponesi, potrebbe essere proprio wabi-sabi. Nell’estetica tradizionale giapponese, wabi-sabi (侘寂) è una visione del mondo incentrata sull’accettazione della caducità e dellimperfezione. Non avendo una definizione chiara e univoca gli stessi giapponesi si trovano in difficoltà nel dare una spiegazione precisa di cosa si intenda anche se è uno dei concetti fondanti della loro cultura.

 

 


 

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  1. Kanso
  2. Fukinsei
  3. Shibumi
  4. Shizen
  5. Yugen
  6. Datsuzoku
  7. Seijaku

 

 

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Wabi-sabi affondando le sue radici nel Buddhismo Zen riconosce tre semplici realtà o segni dell’esistenza (三法印, sanbōin), ovvero che: niente è eterno, tutte le cose sono imperfette e tutte le cose sono incomplete.

– impermanenza (無常, mujō);  – sofferenza (, ku);  – vuoto (, kū)

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Le caratteristiche dell’estetica e dei princìpi del wabi-sabi includono e celebrano pertanto il piacere della semplicità, l’intimità, l’asimmetria, la ruvidezza, l’economia, la conservazione, la modestia, e l’apprezzamento sia degli oggetti naturali sia delle forze della natura. In completa contrapposizione con gli ideali estetici occidentali classici di bellezza e perfezione, di simmetria e finezza, il wabi-sabi è invece duro e realistico: niente permane, nulla è perfetto. 

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Cosa significa Wabi – sabi?

Wabi-sabi è una frase composta da due parole nate separatamente che si riferivano a cose diverse, ma che con il tempo, proprio come lo stesso concetto di wabi-sabi hanno subito un’evoluzione assumendo un significato unico e “positivo”.

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– WABI (侘び) descrive la semplicità rustica” o solitudine, e significa approssimativamente “l’elegante bellezza dell’umile semplicità”. Solitudine s’intenda non come sensazione negativa di isolamento dagli altri, ma piuttosto una piacevole sensazione di essere soli nella natura, lontano dalla società, nella freschezza della quiete”.

SABI (寂び) invece significa magro o appassito, ed è oggi tradotto con “apprezzare il vecchio e lo sbiadito”, come un fiore oltre la sua fioritura. Sabi si riferisce alla bellezza o alla serenità che deriva dall’età avanzata, quando la vita (dell’oggetto) e la sua caducità sono evidenziate nella patina e dall’usura, o da eventuali riparazioni visibili.

Il wabi-sabi insegna a esercitare il distacco dallidea di perfezione assoluta, per riscoprire la bellezza di una creazione intuitiva e spontanea.

 

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Le Origini di Wabi Sabi

Fu durante il XIV- XV secolo che le due parole iniziarono a legarsi e ad assumere significati diversi quando i membri della società di Kyoto capirono l’importanza di accettare questo ideale di “perfetta – imperfezione” come un passo verso l’illuminazione: il satori.

Il concetto di Wabi-Sabi fu introdotto originariamente e utilizzato per creare l’ambiente ideale per la meditazione nelle cerimonie del té. Si diffuse come reazione opposta e contraria allo stile di vita ricco e sontuoso degli ornamenti dei secoli precedenti nella “tradizionale cerimonia del té “, che riprendeva la sfarzosità cinese.

A riformarla dandone il nome di wabi-cha fu il leggendario maestro del té, Sen no Rikyū (1522-1591), di cui ricordiamo il famoso adagio: 

«Ci si dovrebbe rendere conto che la Via del tè è solo bollire l’acqua, preparare il té e berlo.»

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I 7 princìpi di Wabi-sabi

 

Quello che wabi-sabi insegna è che accettando l’imperfezione ci si riesce ad avvicinare alla vera essenza” dell’oggetto, rendendo futili tutti gli abbellimenti, valorizzando le proprietà uniche del suo vissuto, comprendendo che ogni cosa ha intrinsecamente delle imperfezioni. Non ci sono e non ci saranno mai due pezzi di legno, acciaio o pietra identici. Per definire o spiegare meglio wabi-sabi sono stati definiti sette elementi o princìpi fondanti:

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1. Kanso (簡素)

semplicità. Semplicità o esclusione del non essenziale. Lo spazio vuoto -“ma” – è il fondamento di tutta la conoscenza buddhista e taoista.

 

2. Fukinsei (簡素)

asimmetria o irregolarità. Uno dei princìpi fondanti dell’estetica Zen, ovvero l’idea di controllare l’equilibrio in una composizione attraverso l’irregolarità e l’asimmetria, come “enso” – “il cerchio Zen” nella pittura a pennello, è disegnato come un cerchio incompleto, a simboleggiare l’armonia e la naturalezza dell’imperfezione che fa parte dell’esistenza.

 

3. Shibumi (簡素)

la bellezza nel sobrio. Questo principio invita a concentrarsi sull’autenticità e la semplicità elegante. Ovvero l’unicità della bellezza semplice e non appariscente, non vistosa.

 

4. Shizen (簡素)

naturalezza senza pretese. La definizione giapponese di natura o naturalezza (shizen) si distingue dalla definizione occidentale in quanto include l’intervento umano. Noi occidentali siamo più inclini a vedere la natura come qualcosa di incontaminato e selvaggio; i giapponesi di contro descrivono la natura come indissolubilmente intrecciata agli esseri umani. L’esempio più utilizzato per illustrare questo concetto è il giardino giapponese, che non è una natura “grezza” ma è creato in armonia con la natura e l’uomo con scopo e intenzione, in un intento creativo non forzoso.

 

5. Yugen (簡素)

grazia sottile. Yugen ovvero trovare la bellezza in ciò che non viene rivelato, là dove si può dire che è una “suggestione” piuttosto che una rivelazione. Un giardino giapponese, a esempio, può dirsi come un insieme di elementi simbolici la cui forma misteriosa di bellezza lascia alla mente la possibilità di immaginare un “oltre”.

 

6. Datsuzoku (簡素)

libertà. Datsuzoku significa: “Libertà dall’abitudine” o più comprensibilmente una fuga dall’ordinario e dal convenzionale. Questo principio descrive la sensazione di sorpresa e di stupore quando lasciando libera la mente, si possono pensare le cose in modo eccentrico al nostro comune pensiero: abbracciando l’ignoto ed esplorando la non convenzionalità ci si può aprire a un mondo di possibilità.

 

7. Seijaku(簡素)

tranquillità. Ultimo principio è Seijaku, che significa “tranquillità, quiete e solitudine”. Questa ultima interpretazione dei princìpi del wabi-sabi è una delle più interessanti perché  enfatizza la capacità di trovare  la tranquillità in mezzo al caos. La sensazione opposta a quella espressa da seijaku potrebbe essere “rumore e disturbo”.

 

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Il monaco e il giardino Zen

 

Un monaco viveva in un tempio all’interno del quale vi era un grande giardino che lui stesso curava.

Accanto a questo tempio ve ne era un altro più piccolo, dove risiedeva un vecchio maestro Zen.

Un giorno, il monaco mentre aspettava degli ospiti speciali, si preoccupò di sistemare il giardino prestando molta attenzione a ogni particolare: strappando le erbacce, potando gli arbusti, rastrellando e spazzando meticolosamente con cura tutte le foglie secche.

Mentre il monaco era impegnato a lavorare nel giardino, il vecchio maestro stette a osservarlo con interesse dall’altra parte del muro che separava i templi.

 

Wabi-Sabi

 

Quando ebbe finito, il monaco stanco e madido di sudore, si mise ad ammirare il proprio lavoro.

“Non è bello?” gridò al vecchio maestro dall’altra parte del muro. “Sì”, rispose il vecchio, “ma c’è qualcosa che manca. Aiutami a scavalcare questo muro e te lo aggiusterò”.

Lentamente, il maestro si avvicinò a un ciliegio al centro del giardino, lo afferrò per il tronco e lo scosse, facendo cadere i suoi petali in tutto il giardino. “Ecco,” disse il vecchio sorridendo, “puoi riportarmi indietro adesso”.

 

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