Yakuza nel candido mondo di Heidi
17 Mag, 2022

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di Giorgio Arduini

 

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A fine febbraio 2022 è esploso lo scandalo Credit Suisse, società di servizi finanziari sulla scena mondiale, accusata dall’indagine congiunta delle principali testate giornalistiche di 39 nazioni di aver sviluppato una pluridecennale esperienza nel curare gli interessi di dittatori, criminali di carriera e funzionari corrotti.

A livello di nota di colore i titoli citavano anche la yakuza tra la stimata clientela e, sebbene accostare mignoli mutilati e pascoli alpini suoni dissonante, l’esperienza ha insegnato che, laddove si concentrino grandi interessi finanziari, non sia inconsueto assistere al sodalizio di ‘strani compagni di letto’.

 

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In questa occasione, però, il generico termine “yakuza” è fuorviante: infatti l’episodio cui fanno riferimento i quotidiani riguarda un singolo individuo la cui appartenenza al crimine organizzato giapponese ha dovuto essere provata per stabilire l’esatta portata dei suoi crimini.

 

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Prima di tutto l’identità del soggetto: Kajiyama Susumu, 54 anni all’epoca dei fatti.

La carriera di Kajiyama nella yakuza comincia negli anni ’70 in una ikka (“famiglia”) affiliata alla famigerata Yamaguchigumi (“banda/gruppo Yamaguchi”) di Kōbe, e nel quarto di secolo successivo, almeno a giudicare dai capi d’accusa mossigli, i suoi interessi si spostarono dai settori tradizionali (spaccio e intimidazione) al settore finanziario.

Quando la banda cui apparteneva fu sciolta, a seguito del pensionamento del kumichō (“capobanda”)

per essere ricostituita sotto altro nome e altro ‘padrino’, lui non ufficializzò il suo trasferimento rifugiandosi, così, in una zona d’ombra che gli avrebbe consentito di proseguire nelle sue attività illegali con il supporto della Yamaguchigumi riducendo, però, il rischio di coinvolgimento dell’organizzazione – e, conseguentemente, di applicazione della temuta legge contro il crimine organizzato introdotta nel 1992 – in caso di una sua
incriminazione.

 

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I timori di Kajiyama erano motivati.

Nel 2002, infatti, le autorità si impegnarono in una campagna di contrasto direttamente rivolta contro la compagine di Kōbe: l’incidentale assassinio di un agente, ucciso per errore durante uno scontro con una ‘famiglia’ rivale, permise di mettere sotto processo Watanabe Yoshinori, all’epoca l’uomo al vertice di tutta la Yamaguchigumi, con l’intento di dimostrare la responsabilità del boss – e dei suoi pari nella yakuza – nelle azioni dei subordinati;

quasi in contemporanea fu aperta una seconda direttrice di intervento volta a colpire le risorse finanziarie della kumi (“gruppo/banda”) e, più precisamente, a interrompere i fiorenti ricavi delle attività di usura.

 

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Nell’ambito di quest’ultima operazione, nel novembre 2002, finì nelle maglie della giustizia il massimo esponente di una banda inserita nello schieramento della Goryōkai, a sua volta aggregata alla Yamaguchigumi. Messa in questi termini può apparire una vittoria di second’ordine, ma come il proverbiale battito d’ali della farfalla, scatenò un uragano sulla lunga distanza.

Insieme al boss arrestato, infatti, furono sequestrati documenti che, oltre a confermare la sua posizione al vertice di 14 sedicenti società di credito, condussero al fermo di altri ‘dirigenti’ di simili raggruppamenti di imprese criminali, tutti facenti parte del cartello delle attività d’usura della Goryokai;

l’ultimo atto di questa campagna si consumò nell’agosto 2003 con l’esecuzione del mandato di cattura spiccato nei confronti di due (formalmente) ex membri della ikka ritenuti ancora al timone del settore in questione per conto, in ultima analisi, della Yamaguchigumi.

Uno dei due era Kajiyama Susumu, l’uomo che le indagini indicavano all’apice di una piramide costituita da 27 organi direttivi ciascuno dei quali coordinava mediamente tra le 10 e le 20 organizzazioni dedite all’usura, cosa che si traduceva in centinaia di subordinati tenuti a versargli mensilmente un milione e mezzo di yen (quasi 11mila euro) a testa. Un flusso copioso di fondi, stimato attorno ai cento miliardi di yen (quasi 750 milioni di euro) annui, che in gran parte prendeva la via di Kōbe andando ad alimentare le casse della kumi principale.

 

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La cattura di un personaggio di tale rilevanza economica per la più potente organizzazione criminale del Giappone poteva già costituire un elemento di vanto per le autorità, ma Kajiyama non era solo un importante e abile strozzino:

per guadagnarsi il titolo di “imperatore degli usurai” con il quale era noto si era imposto come un innovatore nel campo.

 

yamaguchi_gumi

 

Nei primi anni 2000 aveva acquisito liste di persone fortemente indebitate – ormai rifiutate dal credito al consumo – corredate di precise informazioni personali, le aveva trasformate in una vasta banca dati informatica e aveva fondato centinaia di finanziarie apparentemente regolari che, attingendo da tale database, sollecitavano aggressivamente con mail e telefonate i malcapitati a chiedere prestiti.

Naturalmente gli interessi erano fuori legge quanto i metodi per esigere il saldo la cui gamma spaziava dalle minacce esplicite alle intimidazioni indirette paventando rivalse sui famigliari;

alcuni, messi alle strette, scelsero il suicidio per sfuggire alle persecuzioni, ma non era nelle intenzioni degli sgherri di Kajiyama spingerli a tanto perché avevano di peggio in serbo per loro: quando una vittima mostrava di essere allo stremo per la disperazione, giravano i suoi dati aggiornati a un’altra agenzia del gruppo – legame che, ovviamente, veniva opportunamente taciuto – che la contattava offrendo un’apparente via d’uscita, in realtà solo un’altra rampa nella discesa verso l’inferno.

 

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Il denaro così abiettamente estorto veniva rapidamente riciclato anche con metodi ingegnosi:

le agenzie e gli stessi impiegati singolarmente erano ‘caldamente invitati’ a fruire di una varietà di servizi (nei settori della ristorazione, dell’accoglienza, del benessere e, perfino, dell’associazionismo religioso) tutti saldamente sotto il suo controllo.

 

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Altri yen si tramutavano in milioni di dollari nei casinò di Las Vegas, mentre circa 37 milioni di euro furono investiti in obbligazioni bancarie, trasformati nuovamente in contanti presso agenzie di intermediazione finanziaria successivamente convogliati in un conto presso

la filiale di Hong Kong del Credit Suisse aperto da un solerte dipendente dell’istituto elvetico il quale si preoccupava di recapitarli alla sede centrale dopo un’accorta serie di tappe presso altre succursali.

 

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Naturalmente il Credit Suisse non fu l’unica banca a essere coinvolta, d’altra parte i milioni dello scandalo pare fossero solo una parte dell’intera operazione che si stima toccasse i 2,5 miliardi di euro, ma furono l’entusiasmo nel servizio al cliente e le difficoltà incontrate dal governo giapponese a recuperare il denaro a porre in evidenza il caso:

dopo lunghe trattative tra i due governi solo nel 2008 le caprette fecero ciao a metà della cifra congelata nei conti di Kajiyama, fondi peraltro destinati dall’amministrazione nipponica al nobile scopo di alleviare le condizioni delle vittime dell’imperatore degli usurai.

 

 

Yakuza un'altra mafia

Il libro: → Yakuza. Un’altra mafia

 

I media internazionali li etichettano sbrigativamente come “la mafia giapponese”, i comunicati governativi li definiscono “bande violente”, l’opinione pubblica sfuma il giudizio sulla loro condotta descrivendola come “la via dell’eccesso”, garbata perifrasi ancora lontana dall’orgogliosa formula “persone cavalleresche” con la quale gli interessati stessi prediligono presentarsi.

Ma per tutti sono: yakuza.

*

In Giappone queste tre sillabe evocano un panorama di violenza, droga e sfruttamento della prostituzione profuso, però, di riferimenti a un passato eroico e idealizzato che, sottolineando con abilità l’uno o l’altro aspetto in base alla convenienza, ha reso questi uomini professionisti della “gentile arte dell’estorsione”, parafrasando un titolo cinematografico sull’argomento, dove il rapporto tra vittima e ricattatore può tramutarsi in collaborazione mutualmente soddisfacente.

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